hammamet-1-696x390Se Dio c’è, io sarò l’ultimo a saperlo.

Storia di un labirinto. Hammamet di Gianni Amelio è il racconto degli ultimi sei mesi di vita di Bettino Craxi, asserragliato – o meglio auto blindato – nel suo buen retiro tunisino. L’ex leader del Psi vi si aggira ormai claudicante, fiaccato dal peso degli anni, della corruzione e dei tradimenti. Quella villa, così arabeggiante, si rivela però per quello che è. Un dedalo in cui si perdono i pensieri, più che gli uomini. Lo statista continua a combattere. Pregiudizi. Vendette. Giustizialismo. Per la prima volta in Italia spunta una parola che si farà strada nel lessico degli anni a venire. Dall’altra parte di quel mare che assomiglia a una trincea d’acqua, “dove si vede l’Italia quando l’orizzonte è terso”, stanno i giudici che non avrebbero inquisito tutti ma solo alcuni. Bettino Craxi (Pierfrancesco Favino, irriconoscibile e perfetto) si aggira – appunto – in un labirinto che si è costruito da solo e diventa al tempo stesso la sua tortura e la sua prigione. Non si arrende alle accuse che peraltro accetta. Allarga il tiro e spiega che la colpa non era da ricercarsi negli uomini ma in una regolamentazione del finanziamento pubblico dei partiti sempre oscillante in zone d’ombra. Si sente un perseguitato ma ormai è l’intero “mondo” italiano a essere crollato. E su una televisione scorrono beffardi i fotogrammi de Le catene della colpa, un film del ’47 di Jacques Tourneur, che sembra sottolineare i motivi di quella reclusione. Le viscere domestiche, destinate a proteggerlo dall’incubo di finire in carcere, diventano esse stesse una cella. Il “generale” nel suo labirinto, insomma, come Garcia Marquez intitolò un suo romanzo dedicato a Simon Bolivar.

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Labirintico, allo stesso tempo, risulta anche il film. Se immediatamente riconoscibile è il protagonista nelle fattezze, nei gesti, nel timbro vocale e nella fisionomia del politico socialista come lo sono i figli Stefania e Bobo, ribattezzati con nomi diversi, e la moglie Anna peraltro mai chiamata per nome, tutti gli altri personaggi risultano emblemi di caratterizzazioni dove è lecito intravvedere figure realmente esistite ma mai identificate in modo chiaro e incontrovertibile. L’amante (Claudia Gerini) potrebbe essere stata una delle varie donne nell’orbita dell’ex potente di turno. Forse Patrizia Caselli. L’ospite (Renato Carpentieri) sembra ricordare Andreotti per le caustiche battute che gli vengono attribuite. Vincenzo (Giuseppe Cederna) potrebbe essere Balzamo, lontanissimo da un volto identificabile con l’ex tesoriere del Garofano, morto di infarto. E il figlio di quest’ultimo, Fausto (Luca Filippi), sembra essere l’icona impalpabile della coscienza del leader o addirittura la voce sopita del partito. È il ragazzo che registra le ultime verità di quel generale nel suo labirinto. Ne raccoglie le testimonianze. Ne custodisce le confessioni mai pubblicamente rivelate. Lo riprende all’ombra di un carro armato, simbolo anch’esso di quanti gli spararono addosso e forse continuano anche oggi. A vent’anni dalla morte. Consegna la cassetta con le registrazioni alla figlia di Craxi – quella Stefania-Anita, ribattezzata così nel film in omaggio alla compagna di Garibaldi, ma anche nome di famiglia della nipotina di Bettino – nel giardino della clinica psichiatrica dove è ricoverato. Anch’egli vive gli ultimi istanti in un labirinto della mente da dove non uscirà. Prigioniero del passato. Reduce e sopravvissuto con un destino segnato, quello di un partito emarginato e ridotto al nulla nella periferia della politica.

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Hammamet è un film iconico con cui Gianni Amelio esce dai sentieri della narrazione e della fiction di tutte le altre opere precedenti. Un’operazione che gli consegna un passaporto di autorialità e il passaggio a temi di discussione più impegnativi. In questo crocevia si inserisce l’interrogativo sul pubblico a cui è destinato questo titolo, largamente al di sopra di tanto cinema italiano corrente. Molti giovani faranno fatica a raccapezzarsi in questo dedalo di personaggi e identificazioni cui lo stesso regista si è volutamente sottratto. In buona sostanza un’operazione già difficile per chi ricorda e ha attraversato quegli anni. Oggi Hammamet rispolvera un’agonia su cui non tutto è stato detto, con il malcelato intento di riaprire dibattiti e ferite. Da un lato i giustizialisti convinti della colpevolezza di Craxi, dall’altro coloro che prendono atto di un sistema, all’epoca marcio dalle fondamenta e trasversalmente all’arco costituzionale, in una sorta di “così fan tutti” in cui soltanto alcuni hanno pagato un prezzo. Una vexata quaestio quindi ancora aperta, sulla quale il regista è intervenuto in prima persona per puntualizzare che non si tratta di un testo contro Mani pulite, come una parte dell’opinione pubblica ha voluto leggere questa stesura biografica dello statista socialista nei mesi del suo declino fisico, parallelamente allo sfilacciarsi di quei suoi ex compagni che non gli avrebbero consentito di trovare la giustizia tanto invocata. Una parentesi non secondaria va aperta anche su Bettino Craxi uomo e padre di famiglia, non solo l’arrogante ed egocentrico politico accentratore. Spunta da questo spiraglio il rapporto di intensa e commovente complicità – in senso umano e non giuridico – con la figlia e il controverso legame con Bobo, diverso, distante e lontano ma pur sempre amato come lo è un secondogenito. Un quadretto poco idilliaco e spesso polemico che lo ritrae nella vita quotidiana della casa con i nipoti e i piccoli svaghi, perennemente estranei e incompatibili con chi ha fatto delle ribalte internazionali e del parlamento la sua vera e unica “casa”.

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