006dc17bUn figlio salverà la tua vita ma io posso anche vivere senza.

Allora fu Leningrado, oggi è San Pietroburgo. Dal 1945 a oggi tutto è cambiato, perfino i colori. I drammi sono rimasti gli stessi e la guerra resta un dramma invincibile che torna sul grande schermo completamente depurato da significati e implicazioni politiche. La ragazza d’autunno di Kantemir Balagov racconta il secondo conflitto mondiale visto attraverso gli occhi di due donne che ne ricavano esperienze ugualmente traumatiche. Iya e Masha, interpretate da due attrici russe all’esordio sul set, lavorano nell’ospedale che accoglie i reduci dal fronte, tutti con ferite gravi e non sempre facilmente rimarginatili. Soprattutto quelle psicologiche e interiori che talvolta derivano da quelle fisiche ed esteriori. Una delle due, Masha, ha esperienza di combattimenti che lasciano tracce indelebili sul suo corpo all’apparenza integro. La sconfitta non si vede ma è durissima. Un’operazione, necessaria alla sua sopravvivenza la lascia priva della possibilità di diventare madre. Lei non si arrende e accetta perfino rapporti occasionali nell’illusoria speranza di avere quel figlio che le salverebbe l’esistenza e la sua vocazione naturale. Per uscire dai traumi si attacca, insomma, a un nuova vita che non potrà essere concepita. Solo allora, al momento della resa “genetica” concepirà una vendetta atroce. Obbligare Iya, incapace di proteggere il figlio che le aveva affidato durante la guerra, a generare un bambino per lei con il medico responsabile della sua lesionante operazione.

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Film ambizioso che ha vinto il premio per la miglior regia a Cannes 2019 nella sezione “Un certain regard”, La ragazza d’autunno esce con un titolo fantasioso, lontano dall’originale “La spilungona”, scelto dal regista per esprimere una caratteristica fisica distintiva della protagonista con la caratteristica della goffaggine, insito nel termine in lingua russa. Il senso di scarsa grazia indicato dal titolo russo si spiega, in senso più lato, con la caratteristica di tutti i personaggi che animano la vicenda. A loro modo inevitabilmente goffi e sgraziati perché a disagio nell’immediatezza della fine del conflitto e incapaci di vivere e affrontare giorni nuovi, diametralmente opposti a quelli di grande crisi e precarietà nel corso della bufera bellica. Ognuno di loro deve quindi cimentarsi con una realtà totalmente diversa che ne cambia i connotati psicologici. Le attese. Le speranze. L’ambizione. Perfino il ruolo e i compiti. Si tratta di una vita nuova che comincia dopo i lutti di una stagione lugubre e angosciante ma mostra caratteri e temi di grande impatto, tipici dei giorni nostri. L’operazione di Balagov è impegnativa e coraggiosa. Raccontare uno stralcio di vita nel rispetto dei primi anni Quaranta – ne sono testimonianza le ricostruzioni degli ambienti, i colori dall’ocra al verde che contrappuntano le scene, le auto d’epoca, gli abiti – arricchendoli di spunti legati a doppio filo all’attualità del nuovo millennio.

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Masha non potrà essere madre ma non vuole rinunciare al suo sogno perché fa rima con la sua salvezza. E il proposito diventa presupposto di ciò che chiederà – o meglio pretenderà – dall’amica e collega Iya. Un utero in affitto. Tema largamente dibattuto oggi e poco diffuso allora che domina buona parte del film quando la donna cercherà di tenere sotto scacco i due responsabili della sua infelicità umana. Una procreazione per procura, si potrebbe quasi azzardare, che rappresenta la sua rivalsa e la sua vendetta non soltanto contro due persone ma anche contro un’epoca da cui si è trovata privata della sua natura. La ragazza d’autunno è una rielaborazione di Balagov che si è ispirato al volume La guerra non ha un volto di donna del premio Nobel 2015 Svetlana Aleksievic, cercando di accentuare proprio il punto di vista femminile nei dolorosi anni del conflitto. Una prospettiva che spiega la centralità della maternità come traspare dalla strategia vendicativa e si riflette in un altro punto in cui una moglie ritrova in ospedale il marito creduto disperso. La gioia ha la durata effimera di un soffio. A cancellarla subentra la condizione dell’uomo, gravemente menomato e condannato all’immobilità che sceglie di essere aiutato ad andarsene per evitare che le sue figlie diventino le tutrici di un padre, impossibilitato a svolgere compiti da genitore. E quella frase – “Soltanto così, finalmente, sarò libero di ricominciare a correre nei cieli” – che si collega all’eutanasia la dice lunga su un asse di discussione vibrante oggi più di allora. La mortificata Iya che inizialmente rifiuta di prestarsi al “passaggio” è la portavoce dell’esercito dei contrari alla dolce morte. Un rito tristemente introdotto per i casi umani più disperati che rappresenta il punto di un nuovo scontro con l’ideologia e l’etica religiosa, convinta che nessuna vita possa essere interrotta da mano umana per nessuna ragione. Balagov insomma guarda al passato con l’occhio di chi non si sottrae dal mettere sul banco degli imputati anche il presente, come se in fondo oggi si continuasse a combattere guerre, fatte stavolta di parole e di idee. Capaci di distribuire e dosare la fine della vita come di costruire alchemicamente le nuove nascite.

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