MI24Un passo lento è un passo veloce verso la meta.

Raccontare la Grande Guerra senza raccontare la guerra. 1917 di Sam Mendes, il regista di American beauty, SpectreSkyfall, è un viaggio nel dramma interiore di migliaia di giovani su vari fronti in ogni angolo di Europa. Un caso per tutti è il compito assegnato a due commilitoni, legati da una profonda amicizia. Il generale (Colin Firth) impone loro di attraversare le linee nemiche per recapitare all’ufficiale di un battaglione distaccato (Benedict Cumberbatch) l’ordine di non attaccare. Sono 1.600 le reclute che rischiano di essere sterminate. La missione è al limite dell’impossibile. I tedeschi sembrano in ritirata ma nessuno ne è certo. Un caporale e un militare devono quindi passare in quella “terra di nessuno” senza farsi scorgere. Il prezzo è la morte. Non soltanto la loro. Le forze alleate da raggiungere sembrano in trappola perché la sospetta fuga dal fronte altro non sarebbe se non una trappola per stanare il contingente anglosassone e debellarlo. In pericolo ci sono migliaia di vite umane. Il distaccamento. La trincea di partenza, affollata di giovani. E tutto ciò che sta in mezzo. Un deserto, soltanto all’apparenza. Le linee sono a sud di Ecoust, nella regione a settentrione della Somme, dove un anno prima – luglio 1916 – si era combattuto uno scontro fra i più sanguinosi e drammatici del primo conflitto mondiale. Le truppe da avvertire sono asserragliate nel bosco di Croisilles, più a nord. In mezzo è l’inferno. L’insidia. Il terrore.

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Poco contano nomi e cognomi, strategie politiche e militari. 1917 illumina gli stati d’animo e le emozioni di quei ragazzi che vissero in prima persona l’angoscia della guerra. Sam Mendes attinge a un repertorio familiare. Nonno Alfred, classe 1898, in quella parte di Francia e di Europa, aveva combattuto davvero. Non era alto di statura – solo 1,68 – e per questo era stato adibito a messo fra le varie divisioni. Per la trincea occorreva un fisico che non aveva. Il film non è però puro biografismo familiare. L’epopea di Alfred è un punto di partenza. Un motivo di ispirazione. Come qualche dettaglio di un film che si arricchisce delle testimonianze dirette, ritrovate dal nipotino regista in un baule dove l’antenato aveva chiuso i suoi ricordi. Le sofferenze. Le angosce. Mendes le ha riadattate a una trama che invece è frutto di fantasia e muove solo i primi passi dalla vita di quel suo vicino antenato. Il traguardo è trasferire lo spettatore in quell’atmosfera. Fargli assaporare la trepidazione. Farlo temere per la vita. Vivere una scommessa in cui l’errore si paga con la morte. Il largo ricorso alle riprese in soggettiva e soprattutto il piano sequenza che occupa tutta la prima parte del film si spiegano in questa chiave e il pubblico si trova immerso così in una dimensione nuova, nella spettacolarità di scorci spettrali come le trincee deserte e i cunicoli abbandonati. Il terrore di agguati – lo scoppio di una mina nelle casematte – e le vie di una città abitata solo da una donna e dai fantasmi di morte che continuano ad aggirarsi, accompagnati dai bombardieri del cielo.

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È la notte della vita, dove soltanto una giovane donna culla un neonato senza più latte. La speranza è definitivamente rasa al suolo come molti edifici. La fiducia nel futuro soccombe davanti alla distruzione di un presente malato. E senza più forza né energia. La pietà per i morti è la sola consolazione per le lacrime dei vivi. In divisa o in abiti civili. Le urla degli ufficiali si mescolano ai latrati di chi sta per prendere parte a un’offensiva che potrebbe essere l’ultima. Mendes racconta la Grande Guerra dell’animo. Senza retorica o falsi pudori. Senza passaporti. Perché l’uomo è l’uomo. A prescindere. E una vita non si giustifica per diritto geografico. Oltre la Storia. Oltre le barriere. Al di là della politica e degli schieramenti. Quello di 1917 è lo spirito comune e trasversale di una bufera bellica che trascinò popoli diversi in un’unica follia, definita dall’allora papa Benedetto XV come “inutile strage”. Dopo un secolo insomma affiora un dolore, solo in parte mitigato dal poetico racconto di una favola di amicizia, lealtà e coraggio. Un viaggio all’indietro  nel tempo per far comprendere quel drammatico conflitto a chi ebbe la fortuna di non viverlo direttamente. E oggi le dieci candidature all’Oscar che comprendono categorie artistiche e tecniche – tra cui film, regia, fotografia e sonoro – la dicono lunga, anzi lunghissima, sul pregio di un’opera da vedere in originale sul grande schermo. Con tanti saluti allo streaming.

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