maxresdefaultPoche persone hanno l’opportunità di pensare che quello sarà il loro ultimo giorno da vivere.

Walter McMillian non aveva ucciso, le sue colpe erano solo coniugali. Tuttavia, in quella parte di America dove i diritti civili non erano ancora del tutto acquisiti, per incriminare un nero bastava poco. Pochissimo. E meno ancora importava che fosse tutto vero. O drammaticamente falso. Una bugia poteva portare al patibolo che, nel XXI secolo si chiama sedia elettrica. Per i più eleganti, “morte per elettroconduzione”. E la giustizia, che non è sempre degna del suo nome, finisce per obbedire al volere distorto dei tribunali. Assicurare un colpevole a un omicidio, di fatto irrisolto. Una ragazza di diciott’anni trovata morta in una tintoria non può essere sepolta senza che al suo assassino non venga riservato un altro tipo di sepoltura. La storia, insomma, si ripete. Il più debole viene incastrato perché un capro espiatorio è necessario. Quando in carcere si presenta il giovane avvocato Bryan Stevenson (Michael Jordan, già visto in Creed e in Prossima fermata Fruitvale Station), per i neri dell’Alabama si aprono prospettive alle quali sono loro stessi a non credere. Il penalista dedica la sua professionalità ad aiutare i condannati a morte ingiustamente e McMillian, noto come “Johnny D.” (Jamie Foxx indimenticabile di Django unchained) è fra questi. Non ha soldi per pagare parcelle astronomiche e nemmeno fiducia che uno sbarbatello dei codici sappia dimostrare alla giustizia che quella esercitata finora con quell’imputato era ingiustizia. Ci riuscirà grazie alla propria cocciutaggine e al puntiglio di chi ancora crede che la parola valore abbia un valore e non si mandino in cella gli innocenti, meno che mai con una sentenza alla pena capitale.

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Il diritto di opporsi di Destin Daniel Cretton, regista de Il castello di vetro, racconta un caso realmente accaduto non soltanto per quanto riguarda il caso McMillian alias Johnny D. ma anche per la carriera di difensore dei più deboli che tuttora Stevenson conduce alla guida di uno studio legale nel frattempo ingranditosi con il passare degli anni. Negli Stati Uniti le statistiche sembra aver accertato che ogni nove esecuzioni di condanne a morte una se ne aggiunge di nuova e non sempre con motivi fondanti e prove ineccepibili. Un quadro disastroso che va a completare il ritratto a tinte foschissime uscito da un’altra opera su tematiche affini, il recentissimo Richard Jewell targato Clint Eastwood sui pregiudizi alla base dell’ingiusta incriminazione dell’addetto alla sicurezza, accusato di essere un terrorista. Il sistema giudiziario finisce drammaticamente nel mirino da molteplici prospettive. Questo legal thriller firmato da Cretton paga un solo lieve difetto riassumibile nella carenza di originalità. In primo luogo per aver tratto spunto da un caso di cronaca – fondamentale per avvalorare le critiche a un sistema deficitario ma nuovamente prova della scarsa capacità del cinema di trovare nuova creatività – e secondariamente per questo insistere sempre sulla tipologia del nero, povero e tartassato, a torto incriminato per colpe non sue. Un’equazione vista e rivista e bene ha fatto Eastwood a trovare un bianco – seppur anch’egli con le caratteristiche del perfetto colpevole – perché la reclusione senza prove è colpa grave, al di là del colore della pelle.

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Non a caso McMillian è morto nel 2013 per demenza senile e non si è lontani dal vero nel credere che larga parte dei suoi problemi fisici e mentali subentrati dopo la liberazioni siano l’effetto dei molti anni trascorsi in cella nel braccio della morte. La scarsa originalità tuttavia non inquina la caratura di un film di grandissimo pregio e spessore che, nella nottata degli Oscar, può togliersi parecchie soddisfazioni visto che nel 2017 Moonlight di Barry Jenkins vinse tre statuette portando in primo piano i ghetti neri di Miami. Il diritto di opporsi soddisfa la difesa degli afroamericani puntando l’indice contro un sistema di malagiustizia di cui gli Stati Uniti dovranno presto rendere conto a loro stessi. Il film ha pregi indiscussi nel saper raccontare molte storie. Il caso di Johnny D. incrocia la vita precedente di quest’uomo ma anche la contemporaneità in carcere. È lo spunto per visitare la sua famiglia e scorgere le differenze con la comunità dei bianchi dell’Alabama. Allo stesso tempo viene portata avanti l’impresa del giovane avvocato Stevenson e la strategia che lo porterà a ottenere la liberazione del suo assistito. Un continuo sovrapporsi e alternarsi di vari filoni, gestiti con maestria da una regia attenta che presenta un’opera senza cedimenti e cattura l’attenzione del pubblico, portandolo ben oltre le due ore di durata senza flessioni né ridondanze.

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