alice-e-il-sindaco-recensione-02Alice è una ragazza come tante e, come tante, cerca lavoro. Paul è un politico affermato ma – purtroppo per lui – a corto di idee. E quando la giovane trova un impiego, le chiedono a sorpresa di imbeccare con nuovi spunti quel sindaco di Lione che non ne ha più. Una trama curiosa e decisamente nuova rispetto a quelle che circolano, soprattutto in Italia. In realtà il tema è delicato. Depressione per due. Alle radici del disorientamento di Alice e Paul c’è proprio un sentirsi fuori dal mondo e da sé stessi. E, a mano a mano che si procede nel susseguirsi di eventi, l’evidente insoddisfazione di ognuno con il proprio io diventa palpabile. L’arena politica per lui e il mancato ruolo sociale per lei sono la fonte di un identico malessere che risucchia loro energie e linfa vitale. Alice e il sindaco di Nicolas Pariser è l’ultima invenzione di una Francia mai a corto di idee per raccontare l’attualità. Le ambizioni di una donna alla quale manca un lavoro, un compagno e un figlio si coniugano con gli attacchi subiti da un uomo sulla breccia, consumato dal suo stesso superlavoro e iperattivismo. Il risultato è una ciambella di salvataggio che per entrambi costa rinunce, in cambio di qualche spicciolo dei sogni alimentati ma rimasti monchi.

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Alice (Anaïs Demoustier già vista in Una casa sul mare di Robert Guediguian e Una nuova amica di François Ozon) viene a contatto con vari prototipi di uomo, dal filosofo snob e impegnato al libraio innovativo, dal politico in cerca d’autore – pardon, di ghost writer – all’ex amico di un tempo, perso di vista e riapparso all’improvviso. Il sindaco Paul (Fabrice Luchini) è destinato a cullare se stesso ma, anche quando le loro vite cambieranno e il tracollo politico del primo cittadino obbligherà pure Alice a una sterzata forzata, i due si ritroveranno uniti con nuovi ruoli e un affetto in grado di sopravvivere in uno scenario totalmente nuovo. Commedia a tratti divertente e a tratti pensierosa suggerisce una strada ai delusi della propria esistenza perché farcela è possibile. E allora la medicina è indicata con garbo e tra le righe, cercando di scavare all’interno dell’animo per trovare quel qualcosa capace di far stare meglio. Senza ricette strane e strizzacervelli con parcelle astronomiche. Commedia, si diceva. E trattasi di film poco elaborato e assai lineare. Una trama che si sviluppa senza flashback, tecnica oggi spesso abusata per porre l’accento su capacità specifiche, e soprattutto frutto di fantasia, merce rarissima di questi tempi in cui il cinema attinge a piene mani dalla cronaca e in subordine dalla letteratura.

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È tuttavia difficile non ripensare a L’albero, il sindaco e la mediateca di Eric Rohmer e, sulla falsariga di quest’opera, Alice e il sindaco è costruita su sequenze fortemente dialogate e decisamente meno appariscenti e rappresentative che tendono invece a puntare l’indice su un altro contrasto. Pensare e agire. E a questo proposito diventa inevitabile una riflessione sulla duplicità di comportamenti. Chi propone spunti e idee difficilmente tende a concretizzarle e, quando è sul punto di farlo, smette di pensare. Il tentativo è insomma quello di mettere in luce una sorta di incapacità ad assolvere entrambi i ruoli finendo per risultare prigionieri di una sola azione. Alice e Paul interpretano questa duplicità che, in ambito politico, è moneta molto comune. Le riprese sono quindi in stile abbastanza classico come pure lo è una scelta del regista che oggi appare decisamente controcorrente. Il film è infatti girato in 35 mm anziché in digitale. Una decisione nata dallo scarso amore di Pariser verso questa tecnica, frequentatissima da Abdellatif Kechiche e da larga parte di colleghi dediti a lavori televisivi. Si veda, a titolo esemplificativo, il Lynch di Twin peaks e Michael Mann in Miami vice.

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