ANNI4Vangelo secondo Muccino, capitolo 1. Tutte le femminucce esercitano il mestiere più vecchio del mondo, quando non nei costumi, certamente nella “dura cervice”. C’è chi calpesta il marito e gli nega di vedere il figlio e chi se la spassa con tutti gli amici della compagnia. C’è la mogliettina che tradisce e la compagna di scuola decisamente “allegra”.

Vangelo secondo Muccino capitolo 2. I maschietti non stanno granché meglio. Trattasi di corruttori, falliti, ambiziosi disposti a scendere a ogni patto, ladri di fidanzate agli amici più cari. E, per soprammercato, sfaccendati incapaci di trovare lavoro. Si noti bene che i tangentisti sono rigorosamente di destra e – nemmeno a dirlo – la più becera.

Ovviamente questa è l’Italia e non solo attuale. Gli anni più belli di Gabriele Muccino è un racconto lungo quattro decenni attraverso gli occhi di un gruppo di amici. Pronti, via e il regista cade sulla prima buccia di banana. I protagonisti, che dichiarano sedici anni nel 1982, si trovano al centro di uno scontro di piazza fra manifestanti e polizia durante il quale uno di loro resta gravemente ferito. Si salverà, destino che gli vale il soprannome. “Sopravvissuto”, alla romana sopravvissù. Peccato che nell’anno dei mondiali di Tardelli e Paolo Rossi di cortei e incidenti, con la polizia schierata in assetto di sommossa, non ce ne sia stato neanche uno e, per trovarne di simili, occorre retrocedere al biennio 1976-77. Insomma, un altro clima e un altro ambiente. Se possibile, un’altra epoca, in cui però il prode Muccino aveva solo una decina d’anni e quindi era poco al corrente delle agitazioni giovanili del dopo liceo.

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Giulio (l’ormai onnipresente Pierfrancesco Favino reduce da Hammamet), Paolo (Kim Rossi Stuart di Anni feliciMaraviglioso Boccaccio), Riccardo “soppravvisù” (Claudio Santamaria già visto in Tutto il mio folle amore) e Gemma (Micaela Ramazzotti, protagonista de La pazza gioia) crescono in età e grazia davanti al dio denaro e ai sogni di una gioventù, che attraversa la fase della speranza in un mondo nuovo con la caduta del muro di Berlino. Gli orizzonti di una nuova era politica nel dopo Tangentopoli. Le speranze legate a Forza Italia. Le angosce derivanti dall’11 settembre e il terrorismo internazionale. Per finire con i nuovi orizzonti a cinque stelle ed evidenti richiami di immagini che uniscono i personaggi, coniati dalla sceneggiatura, con le professioni di fede politica reali. Santamaria è un grillino pentito. Gemma, per non far torto a nessuno, in nome di una par condicio sessuale e sentimentale, passa da un letto all’altro di due dei suoi tre amichetti e il resto è mancia tra sbandati napoletani e varia umanità. La Ramazzotti ha detto di aver interpretato una categoria che vuole difendere – le ragazze leggerine, sembra di capire – ma certamente l’idea di donna che vuole trasmettere non è l’ideale. Come neppure Anna (Emma Marrone al debutto sul set), moglie strega di un marito con poca arte e nessuna parte, al punto da impedire al consorte – ripudiato per mediocrità – di vedere il figlio. E tantomeno Margherita (Nicoletta Romanoff), figlia di un politico corrotto, salvato dall’avvocato rampante Giulio, con il quale si sposa per poi tradirlo, tacitamente ricambiata.

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Il quadro che esce da Gli anni più belli sembra insomma contraddire il titolo. È un orrore, familiare e sociale, quelle che viene descritto in un film destinato ad essere gradito al pubblico per il tenore scanzonato e un racconto, di tanto in tanto portato avanti dagli stessi protagonisti che si rivolgono alla macchina da presa e sembrano volersi raccontare direttamente alla platea. Gli ammiccamenti a tanto cinema precedente si sprecano. Definirle citazioni sembra eccessivo, fatta eccezione per la scena del bagno a fontana di Trevi che richiama direttamente La dolce vita in un parallelo quasi irriguardoso, considerando il diverso spessore delle opere in questione. Negli stralci di vita scolastica sembra di riconoscere l’atmosfera di Notte prima degli esami e, in modo più generico, Ettore Scola di C’eravamo tanto amati, con una certa distanza dall’equazione per cui i poveri sono sempre buoni e i ricchi cattivi, per quanto il politico inquisito sia riconducibile allo stereotipo consunto dell’onorevole di destra con richiami mussoliniani alle spalle. Muccino torna quindi ai temi a lui cari di una narrazione che incrocia destini familiari con gruppi di amici in cerca d’autore. Un’operazione già sperimentata con A casa tutti bene che mostrava un’analisi orizzontale delle sorti di una famiglia, all’interno della quale si agitavano anime diversissime e spesso in contrasto latente o criptato. Con Gli anni più belli la narrazione mostra invece una verticalità che parte da lontano per arrivare all’oggi nel tentativo di mostrare le molte speranze deluse, solo parzialmente mitigate dal capodanno più recente in cui il quartetto di amici si ritrova a festeggiare insieme con i rispettivi figli, nel frattempo cresciuti, in una Roma distante dalle cicatrici del loro passato sentimentale, professionale e sociale. Il film non fa onore agli italiani. Non tutti compromessi con l’ambizione e il denaro. Non tutti con famiglie sfasciate dalle proprie leggerezze. Non tutti falliti o mediocri. E soprattutto con le italiane, non tutte di facili costumi. Diciamo così. Però piacerà. Il pubblico superficiale non assaggerà il veleno di Muccino e forse ne riderà. Senza accorgersi di essere complice inconsapevole dell’ingiusta prospettiva del film.

IL RETROSCENA - La colonna sonora è firmata da Nicola Piovani, memorabile per le musiche de La vita è bella che gli è valso un Oscar, oltre alle infinite collaborazioni di cui è autore. Il brano conclusivo, tuttavia, che prende lo stesso titolo del film, è opera di Claudio Baglioni che la ha composta ispirandosi ai brani largamente in voga negli anni Ottanta. In realtà, pur assomigliando a quel repertorio da cui sembra provenire, è stata composta nel 2019. Ovvero a quasi quattro decenni di distanza.

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