Dark-Waters-1280x720La chimica è un’arma ma anche una macchina per fabbricare miliardi di dollari. Una ricetta purtroppo letale nelle mani sbagliate. Il teflon – ultima sostanza nata in laboratorio e diffusa nelle case perché utilizzata per il rivestimento delle pentole antiaderenti – è finito sul banco degli imputati solo quattro anni fa, nel 2016, quando un tenace e combattivo avvocato, che faceva parte del pool difensivo della casa farmaceutica e chimica DuPont, ha cambiato schieramento e ha difeso una delle prime class action della storia della giurisprudenza americana, dimostrando scientificamente l’altissimo grado di tossicità letale del composto base. L’acido perfluoroottanoico – otto atomi di carbonio e uno di fluoro – è fabbricabile in laboratorio e, a detta dell’Agenzia per la lotta contro il cancro, è classificato nelle sostanze 2B tra quelle maggiormente a rischio nel produrre tumori alla tiroide, ai testicoli, malformazioni facciali, coliti ulcerose e altre patologie gravissime. Cattive acque di Todd Haynes, già noto per La stanza delle meraviglieCarol, racconta questa drammatica storia, a metà strada fra il documentario e il film-inchiesta con un tono che sembra non risentire mai della gravità dell’argomento. Al tempo stesso è anche la cronaca di una conversione. Il rampante Rob Bilott volta le spalle al colosso della chimica – e forse al successo – per accogliere la difesa di un allevatore, Wilbur Tennant, che conosceva fin da bambino, al quale erano morte molte bestie in condizioni tanto disastrose da indurre a pensare al peggio. Animali, parenti e vicini di casa, improvvisamente colpiti dal male più implacabile. Un vitello dall’occhio blu elettrico. Mucche aggressive. Un neonato con evidenti malformazioni facciali. Qualcuno doveva aver contaminato le acque della Virginia, al punto che perfino molti esseri umani erano rimasti vittime delle conseguenze di veleni fino ad allora sconosciuti.

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È storia vera, anzi verissima, quella raccontata da Haynes e propostagli da Mark Ruffalo, che interpreta il battagliero legale, dopo gli articoli pubblicati sul Times a firma di Nathaniel Rich, a partire dal 6 gennaio 2016. Quella di Bilott è la leale inversione di tendenza di un professionista che si accorge delle malefatte di un’azienda, puntuale nel discolparsi dicendo di non essere a conoscenza del potenziale letale dell’acido utilizzato per il teflon. L’avvocato finisce così per dar voce a 70mila cittadini di Ohio e Virginia nelle loro cause per il risarcimento e le cure necessarie a contrastare un male che troppe volte ha avuto la meglio anche sulla chimica farmaceutica. Cattive acque è un racconto che si sviluppa in senso progressivo e quasi didascalico con l’ambizione dichiarata di non far luce solo su un caso giudiziario ma sullo scandalo ambientale derivato da tanta leggerezza nello smaltimento dei residui tossici e, a dir poco, nocivi delle scorie di laboratorio. Non solo. La creazione dal nulla di un materiale diffusissimo nelle case di tutto il mondo avvicina chiunque al tema e al pericolo di una sostanza non più anima di un caso giudiziario solo americano ma in uso in qualsiasi cucina.

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Il tono documentaristico, adottato dal regista e abilmente mescolato all’inchiesta, contribuisce ad accentuare il carattere didattico di un’opera che non riserva segreti tecnici o sequenze particolari ma tende a far riflettere nelle parti dialogate, le maggiormente rappresentative del dramma. Interessanti, a questo proposito, molti spunti come il confronto tra Bilott e Tennant, quando l’allevatore cerca di far comprendere all’avvocato la gravità della causa da difendere, pur essendo il legale di parte opposta. E altrettanto emerge dai confronti di quest’ultimo con gli altri personaggi. Il titolare dello studio presso il quale Bilott lavora. L’amministratore dell’azienda accusata. Il tentativo di scoprire che cosa nasconda la sigla chimica di quel composto tanto dannoso. E il proditorio invio di una colossale documentazione sulla composizione di quell’acido per scoraggiare Bilott dal capirne le cause e gli effetti, dando al contempo all’azienda l’attenuante di aver fornito la più capillare spiegazione sulle proprietà della sostanza inquisita. Insomma, una forma crudele di imposto impedimento che non frena la sete di conoscenza dell’avvocato. Così, colloquio dopo colloquio, la verità viene progressivamente a galla in un’odissea di studi che accrescono la consapevolezza del pericolo, man mano che le caratteristiche dell’acido diventano sempre più evidenti. Una parte scientifica che non allontana i poco avvezzi alla materia rendendola, al contrario, accessibile anche a chi ne fosse digiuno. In tempi in cui l’ambientalismo è diventato un punto fondamentale della vita su questo pianeta, il film mostra la sensibilità del protagonista all’approccio con tematiche a lui fino a quel momento lontane. Non meno incide il legame profondo che, in questo telaio tematico, unisce lo spregiudicato uso della chimica alla preparazione alimentare, simboleggiato da una sostanza che riveste le pentole nelle quali ormai tutto il mondo prepara i cibi da consumare a tavola. Un film da non perdere perché aiuta a crescere.

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