2796582_1588849722.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=193129a-La mamma era buona, perché Dio l’ha ripresa?

-Qualche volta sbaglia anche Dio.

 

 

L’apocalisse, fuori, è finta. Come l’amore, dentro. Un padre tenero e burbero. Violento nei gesti e orco nelle intenzioni. Premuroso e bigotto, più che religioso. L’eruzione solare che ha distrutto l’umanità è una notizia falsa. Non ci sono cadaveri disseminati sulle strade. Nè si combatte per procacciarsi il cibo. Le radiazioni sono frutto di una fantasia malata. E non solo psicologicamente. Il pericolo, venduto o imposto, è uno strumento di fine tortura mentale e fisica e un uomo ne usa e abusa per tenere segregate le tre figlie nascondendo la verità. Non soltanto quella ambientale di un mondo che continua a passarsela come sempre ma anche quella privata, rinchiusa tra i muri di una villa che diventa prigione. Confine e limite invalicabile di un microcosmo rigorosamente costruito su dualismi inquietanti, specchio della nostra società. Un dentro e un fuori logisticamente intesi, pure simbolicamente applicati e riflessi all’interno e all’esterno dell’animo. Sole e oscurità. Realtà e bugia. Vita e morte. Buio, opera prima firmata da Emanuela Rossi e proiettata alla Festa del cinema di Roma 2019, quindi girata prima della pandemia, è figlia dei nostri tempi e riflette i chiaroscuri di una società di tenebre esteriori e interiori, associando i temi più discussi e inquietanti dell’attualità. All’incrocio tra drammatico e thriller con una punta di horror, il film ha un andamento lento. All’inizio lentissimo, quasi scoraggiante. Il paradosso messo in scena semina una curiosità che fatica a essere svelata ma a un pubblico fiducioso apre il suo universo di riflessioni.

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C’è tutto quello con cui di più brutto ci confrontiamo. Femminicidio. Padre padrone. Menzogna. Violenza morale e privata. Contaminazione. Una sorta di quarantena imposta tra maschere antigas e tute termiche, occhiali protettivi e bagni frequenti, sapore di morte e anelito di vita. Il covid che non c’era e adesso c’è sembra il genitore oscuro di un buio che è morale e materiale. Eppure non c’entra con i disegni della regista, attenta e di vaglia, a giudicare da questo suo esordio. Il buio è la condanna alla quale un uomo sottopone tre ragazzine dai nomi che respirano vita e libertà. Stella, Luce, Aria. Ostaggi di un genitore che comanda le tenebre. Serra le finestre. Ordina una reclusione e, per dare a credere che le sue bugie siano verità, esce di casa nascosto da una bardatura atomica. La luce è solo il pretesto di una festa. Il sole sembra apparire come per magia. Inquietante in proposito la scena in cui le tre sorelline immaginano una vacanza al mare, stese su un telo in costume con occhiali da sole nell’oscurità, ma in realtà sotto una lampada abbronzante. Una finzione, suggellata da una Coca Cola inesistente. Un ricordo proiettato su un maxischermo che lascia risplendere i tempi felici di una gita al lago. Irrimediabilmente perduti. Cancellati una seconda volta dall’immancabile rampogna paterna su un passato da rimuovere davanti all’apocalisse presente. E il testo sacro precede ogni frugale spuntino, apparecchiando l’ultima cena di una sacra menzogna.

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Bene e male. Normalità ed eccezionalità. Nuovi dualismi arricchiscono un telaio sudato. Le speranze cancellate da un esilio imposto che oggi sembrano pensate apposta per qualcosa che, al tempo di riprese e montaggio, non era lontanamente ipotizzabile. E quando papà si assenta, la diciassettenne Stella – la maggiore d’età – esce per fare la spesa e scopre la grande fandonia. Tutto è normale. I giovani si divertono. Il Natale è alle porte. E la mamma, probabilmente, non l’ha portata via la volontà di Dio ma la mano perfida di un uomo. Il suo. Cupio dissolvi di un pazzo che non accetta di distruggere soltanto se stesso. Attenzione particolare è dedicata anche alle musiche. I brani scelti da Emanuela Rossi sono ponderati e precisi. Il passato gioioso è rievocato da un suite di Bach e a un presente di astrazione di una famigliola felice è legato il ballo sulle note di Reality, citazione de Il tempo delle mele e degli amori teen degli anni Ottanta. Al presente si legano i ritmi soffocanti di brani rap, ritmati e cadenzati. Accompagnati da parole che martellano. Tagliano i pensieri come lame di coltelli. Cristallizzano un consumo patologico e una bulimia di protesta. L’apocalisse è lontana. Il mondo non è malato come la mente di chi vuole imporlo così. Facendo finta di essere sani. Giocando con la follia. Però è vuoto.

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