194603320-a7f0269a-2ec9-4ed7-98e5-9639a1924ddeEra il 6 gennaio 1980. E la parola “mafia” era d’attualità come oggi. Quel giorno era domenica e Piersanti Mattarella stava recandosi a messa con la famiglia. Non ci arrivò mai. Le revolverate di un sicario fermarono la sua esistenza su quell’auto che il presidente dell’Assemblea regionale siciliana stava muovendo dal parcheggio. Pagava con la vita la determinazione di combattere Cosa Nostra, a costo di accettare la guida di un esecutivo che governava con l’appoggio del Pci. Una trasversalità che si giustificava con l’appartenenza del politico alla corrente democristiana di Aldo Moro. A quarant’anni di distanza da quell’omicidio, la riapertura dei cinema consentirà la proiezione de Il delitto Mattarella di Aurelio Grimaldi, un’opera al crocevia di due generi – drammatico e biopic – che esibisce un fortissimo carattere documentario. Il regista mostra di non aver lasciato nulla di intentato nemmeno nei dettagli di quel che avvenne all’epoca dopo la tragica sparatoria. E ogni riflesso trova contrappunto in un film che sembra ignorare l’agiografica celebrazione di Mattarella per ricostruire il delicatissimo quadro politico e sociale di un’isola in fermento attraversata da una guerra di mafia destinata a portare sul trono di boss quel Totò Riina, mandante e committente di truculenti agguati e sanguinose aggressioni sia nell’ambito della criminalità organizzata sia al di fuori di essa.

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Nel caso del film di Grimaldi, il carattere documentario anticipato non è da intendersi come spirito guida di un testo cinematografico che ripercorre la cronaca dei tragici e controversi mesi precedenti l’assassinio di Mattarella e delle conseguenze di esso. Non esiste materiale d’archivio che venga esibito e portato in scena perché quelle testimonianze sono servite al regista – all’epoca dei fatti poco più che ventenne – per completare un telaio che si mostri coerente con il succedersi degli avvenimenti. E se la fisionomia degli attori si discosta – in qualche caso più marcatamente e in altri più debolmente – da quella dei protagonisti reali, il contenuto risulta perfettamente attinente alla dinamica che ha accompagnato la scomparsa di un uomo destinato a diventare simbolo di un braccio di ferro Stato-mafia come emblema della legalità. In questa cornice stupisce, in senso positivo, il tratteggio della figura della moglie del politico che, subito dopo quella drammatica mattina, disse agli inquirenti di aver ben chiaro negli occhi e nella mente il volto del giovane assassino del marito. E in sede giuridica identificò nel killer, il terrorista nero Giuseppe Valerio Fioravanti che tuttavia non fu mai riconosciuto come l’autore materiale dei colpi esplosi contro Mattarella.

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Quello che può sembrare un semplice risvolto si rivela invece una spia interpretativa della chiave di lettura sul retroterra in cui maturò l’omicidio. Cosa Nostra, in buona sostanza, si sarebbe servita dell’eversione di estrema destra per compiere un agguato che si sarebbe configurato come una sorta di scambio di favori, nel quale l’onorata società avrebbe poi tentato di favorire la fuga del leader di Ordine Nuovo, Pierluigi Concutelli, dalle carceri palermitane dell’Ucciardone. Una strada che si arrestò alla verità giuridica con l’incriminazione di uomini legati alla mafia. Al di là dello scarso o nullo credito di fiducia accordato alla moglie di Mattarella, l’opera porta in primo piano anche volti poi divenuti tristemente noti, dall’andreottiano Salvo Lima al comunista Pio La Torre come a futuri amministratori palermitani quali Vito Ciancimino o un giovane magistrato di limpido avvenire come Giovanni Falcone. Le premesse degli intrighi che avrebbero portato ad altri pesanti sacrifici umani – Dalla Chiesa, Falcone e Borsellino su tutti – stanno proprio nei sofferti e convulsi rapporti politici di quell’inizio degli anni Ottanta in cui Mattarella trovò nella morte un crudele e inutile sacrificio. Un destino che sarebbe stato comune a quello di La Torre e dello stesso Lima anch’essi caduti sotto il piombo selvaggio di una criminalità che, nei decenni, non ha più smesso di avvelenare e sconvolgere la Sicilia.

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