radioactive-film-marie-curie-1200x630Agli inizi  del Novecento la scienza era un mistero impenetrabile. Giungla vergine di formule. E Marie Curie era una donna felice nelle difficoltà. Un marito, Pierre Curie, – a sua detta – più preparato di lei. Due figlie di cui una, Iréne, prometteva talento. E il successo. Il Nobel per la fisica ricevuto nel 1903 per i loro studi sulle radiazioni che avrebbero aperto la strada alla radioterapia, ancora oggi una delle cure più utilizzate contro molti tipi di tumore. Una mattina insignificante come troppe altre era destinata però a cambiare il corso della sua esistenza. Pierre uscì di casa ma restò vittima di un incidente stradale. Una carrozza lo travolse mentre attraversava la strada e per lui, nonostante l’intervento solerte, non ci fu nulla da fare. La vita di Marie, per molti versi, sembrò finire quel giorno ma siccome anche nei passi più drammatici c’è sempre una ripresa, ci fu anche per lei. La sorte le regalò l’immortalità dovuta alla fama. Un secondo Nobel, stavolta per la chimica, ottenuto da sola. E il primato di prima donna, studiosa e ricercatrice ad aggiudicarsi due volte il titolo dell’Accademia di Svezia. La pena del contrappasso fu una morte precoce, sopraggiunta a soli 66 anni, per le radiazioni da cui fu colpita negli anni dei suoi studi. E l’identico destino della figlia Irène Joliot-Curie, anch’essa nell’albo del Nobel con il marito, per le sue scoperte nella chimica e anch’essa morta ancora giovane nel 1956 – a soli 58 anni – per la leucemia causata dalle radiazioni. Un male di cui sarebbe scomparso, di lì a poco pure Frédéric Juliot.

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A raccontare la vita della donna che scoprì il radio e il polonio – elemento che prese il nome proprio dal Paese di cui la sua scopritrice era originaria – è ora Marie Curie della regista francese Marie Noëlle, un biopic di grande interesse ma con qualche lato oscuro, benché giustificato dall’aderenza alle vicende biografiche raccontate. Dopo la morte di Pierre Curie, la scienziata visse un’intensa storia d’amore con il collega Paul Langevin che causò ripercussioni drammatiche sul matrimonio dell’uomo, padre di quattro figli, chiamato pure a sostenere cinque duelli per difendere l’onore della vedova. Curiosamente, oggi le spoglie dei coniugi Curie e quelle di Paul Langevin riposano nello stesso luogo. Il Pantheon di Parigi. Il film – ricostruito sulla base dei diari di madame Curie, sulle sue lettere, i giornali dell’epoca e naturalmente i rapporti di laboratorio per quanto concerne la parte scientifica – paga un pesante debito al gusto del pettegolezzo da feuilleton, indugiando per troppa parte sull’intrigo con il collega Langevin che pure rischiò di costare alla Curie l’assegnazione del secondo Nobel. A dispetto di questo intreccio, certamente più ammiccante al pubblico meno esigente, perdono quota risvolti importantissimi della vita della scienziata che fu la prima donna a insegnare alla Sorbona. La stessa impresa di aprire l’Istituto oggi intestato a Curie, per la ricerca scientifica, ricorre in più punti ma sembrare restare sempre in secondo piano.

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Largo spazio invece alla denigrazione accademica in Francia e in Svezia, dove la sua relazione che distrusse una famiglia mise in pericolo pure il secondo Nobel. Come se il valore scientifico possa dipendere da quello morale o sociale. In buona sostanza, sia pur con attenzione, la regista sceglie quello che più piace al pubblico. E i cuori feriti valgono più dei laboratori dove vengono isolati radio e polonio o si contraggono malattie mortali. La scena in cui Marie si reca di persona a ritirare il Nobel, ignorando l’invito esplicito a disertare la cerimonia per non accendere nuove polemiche rosa, è una tentazione irresistibile per l’autrice che trova terreno fertile nel dipingere un macchiettistico Einstein, famoso per le sue battute misogine e stavolta invece sorta di cicisbeo riverente nei confronti della Curie. Nulla che non sia conforme alla realtà ma certamente un po’ stonato rispetto allo spessore e alla statura della scienziata. E, a proposito della sua fisionomia, va notata la lontananza dall’originale. Non che questo sia un obbligo, anzi. Tuttavia, scegliere un’attrice come Karolina Gruszka per interpretare la protagonista, significa mantenere fede al passaporto – entrambe polacche – ma scambiare un’avvenenza che giustifica la carnalità del rapporto con Langevin con la bellezza della Curie che fu soltanto intellettuale. Per non sbagliarsi, insomma, un’ulteriore strizzatina d’occhi al pubblico e a una trama alleggerita che compiace più al valore commerciale che a quello scientifico. Il film resta comunque tra i titoli più positivi dell’era post Covid, costellata purtroppo di brutte prove, non a caso finite a piene mani sulle piattaforme digitali.

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