STAY_STILL_manifestoDonne che non amano. E non si amano. Insoddisfazione e alienazione declinate al femminile in un universo psicologico in cui follia e desiderio di affermazione si accavallano con la depressione di un’esistenza vuota e un presente provvisorio. Stay still, opera prima di Elisa Mishto, è uno sguardo in rosa all’interno e al di fuori di due creature opposte, soltanto a uno sguardo superficiale. Julie e Agnes, due modi di essere se stesse, sulla soglia di un confine. Accettare le regole di un mondo solo apparentemente esterno, disposto a offrire loro comprensione. Julie, la piromane malata di mente, ereditiera di un fortuna per gran parte decaduta e dilapidata. Agnes, la tutrice, in un ospedale dove il direttore è in procinto di lasciare e non tutti i matti – o presunti tali – vengono per nuocere. Due figure che finiscono per specchiarsi l’una nell’altra e scoprire i loro aspetti comuni. La tara incancellabile del problema legato al ruolo di madre. Julie non ne ha mai avuta una, Agnes ha una bambina di pochi anni che non le parla. La prima porta dentro e fuori di sé un vuoto incolmabile che ne ha segnato il carattere e l’attitudine, la seconda non è capace di sentirsi mamma. Retrocede. Sembra perfino dimettersi da un destino naturale. Tenta di fuggire dalle proprie carenze e finisce per comprendere le proprie frustrazioni proprio dalla donna che dovrebbe invece curare e sorvegliare. Microcosmo di rivoluzioni soffocate.

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La sterile violenza dei gesti dell’insana Julie si riflette nell’impotenza che tiene sotto scacco Agnes, invitata a crescere dal compagno che, alla loro bambina, fa da padre e madre allo stesso tempo. Storia di una sconfitta comune, simboleggiata da quel bagno – tutt’altro che purificatore – nella piscina della casa di famiglia, che Julie sta per incendiare come ultimo atto di guerra nei confronti dei poteri economici che la stanno dissanguando sotto l’aspetto convincente di azzimati tutori o funzionari di banca. Immergersi in una vasca che si riempie d’acqua nella fantasia è la soluzione di un’equazione che vede Julie e Agnes nelle stesse condizioni disperate dalle quali la prima è convinta di potersi sottrarre per poi inevitabilmente finire. Annientare se stessa in un vortice che risucchia anche la tutrice. Così, in questi due modi di essere soli e anche sconfitti, si aggiunge la silenziosa lezione di Rainer (Giuseppe Battiston), un paziente dell’ospedale, la cui sanità mentale è indirettamente proporzionale alle persone con le quali entra in contatto e soprattutto alle parole pronunciate. Non servono lunghi discorsi per dimostrare di essere sani, insomma. E l’afasia diventa motivo di riconoscimento di lucidità sia nell’ospite del manicomio sia nella bambina, alla quale non resta altra va di fuga se non appunto astenersi da commenti.

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Stay still è un film arricchito di risvolti surreali e fa di questa cifra distintiva un motivo di profondo pessimismo per la sua capacità di mettere in correlazione proprio questa apparente astrazione dal reale con la palpabile vulnerabilità dell’essere umano che appare come la caratteristica più evidente della sua natura. Ciò che sembra paradossale diventa ovvio e perfino a tratti plausibile pur essendo totalmente al di fuori di ogni orizzonte ammissibile. E l’incapacità di stabilire una relazione compiuta con il prossimo è il denominatore comune che unisce la folle Julie e la sana Agnes. Due volti opposti di un medesimo destino che forse sarebbe più opportuno definire come posto nel mondo. Profili che sposano la sorte di un’opera anch’essa al confine tra streaming e grande schermo in un annata che sta lentamente preparando il ritorno in sala e, dopo molti mesi di blocco delle attività, cerca di proporre titoli capaci di uscire dal pantano della mediocrità commerciale.

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