un_divan_a_tunis_photo_12kazak_productions-1-1600x663La Tunisia post rivoluzionaria è una polveriera di tensioni psicologiche. Ognuno ha le proprie e le soffoca. All’improvviso l’esplosione danneggia più di quanto non chiarisca e tra moglie e mariti è corto circuito. A un imam capita di perdere la fede e la consorte. Azzarda un suicidio a cui non crede nessuno. Una ragazza coperta in ogni parte si denuda il seno davanti al professore. Un paranoico sogna solo dittatori e capi di stato ma promette di uccidersi se a comparire nei suoi sonni sarà Bush junior. Un poliziotto eccessivamente zelante non capisce la realtà nella quale vive. E a cercare di dare un balsamo di speranza arriva una psicanalista, di freudiana obbedienza, per offrire l’alternativa di uno sfogatoio terapeutico a quelli informali del parrucchiere e dell’hammam. Un divano a Tunisi dell’esordiente Manele Labidi Labbè è il sasso nello stagno, attraverso un film che non ha la pretesa né l’ambizione di fare storia e forse nemmeno di far ridere, tuttavia – con il linguaggio della leggerezza – mette sul piatto alcune questioni di fondo. All’apparenza, chi non sembra aver bisogno di raccontare i propri malumori e relativi bocconi amari è colui che più di altri ne è a corto. E l’intuizione della psicanalista (Golshifteh Farahani già vista in Come pietra paziente Pollo alle prugne), derisa e rimproverata, diventa l’inciampo macroscopico in cui tutta la società non nota che un lettino da analista non è un’opzione ma una necessità.

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E le follie di una società, mezzo bacata e mezzo pretenziosa, si allargano a confini che non le spettano. Inutile negare. Se a turbare i sogni è Saddam Hussein c’è qualcosa che non va. E se non è solo ma in buona compagnia, ancor di più. Inevitabilmente, il braccio armato della burocrazia legale non si astiene dall’incontro con una folla di psico-sofferenti alla quale nemmeno lei stessa crede. La coda fuori dalla specialista la dice lunga e le intolleranze seguite all’interruzione dell’attività della professionista si fanno decisamente più esplicite. Ma il linguaggio delle autorizzazioni e dei permessi non è di quello che fa sconti e tutto il mondo è paese. L’impiegata del ministero pensa a vendere foulard e costumi invece di inoltrare pratiche che nemmeno conosce. La raccomandazione è pratica innocua alla luce del sole, insomma tutto tristemente ben noto. Eppure quel conteso e dilaniato lettino, che in un appartamento di Tunisi diventa semplicemente un divano, rappresenta l’oasi di salvezza per chi non trova comprensione neppure fra le mura amiche. E non incidono durata e tariffe, così come passa in secondo piano perfino la denuncia-delazione di qualche vicino, meno vicino di tanti altri. “La signorina non ha la licenza a esercitare” e un mondo di disperati finisce fuoristrada. Perché anche per cattiveria, invidia e delazioni c’è sempre un tempo.

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Psicanalisi e rivoluzione in salsa comica si mescolano quindi davanti agli occhi di uno spettatore che può apprezzare il paradosso ma raramente la risata. E inevitabilmente racconta il complesso di inferiorità di un Paese, con l’incubo di sentirsi terzomondo di una civiltà, che fa rima con inflessibile esecuzione di regole, dalle quali emerge più l’ottusità di certi addetti che la flessibilità di un progresso mentale, prima ancora di essere sociale. Effetti della rivolta dei gelsomini che tra il dicembre 2010 e il gennaio 2011 ribaltò l’assetto della Tunisia con l’allontanamento del presidente Ben Alì e il varo di una nuova Costituzione. A Un divano a Tunisi non bisogna chiedere di più. Né inquadrature da scolpire nella memoria, né dialoghi da riflessioni individuali. Tutto è sulle spalle della protagonista, in scena dal primo all’ultimo secondo, con un’inevitabile concessione a femminili civetterie di splendidi capelli ricci, corvino-mediterranei che diventano all’improvviso insulsi caschetti di fili dritti come fusi. Francesizzazione forzata. E in questo Arab blues, che costituisce il titolo originale dell’opera, spiccano le musiche italiane nella versione originale, cantate da una Mina lontanissima dalle canzoni più celebrate, con un’attenta scelta di brani poco frequentati nel repertorio della grande interprete italiana.

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