Le creature animali non sono come quelle umane. Conoscono la gratitudine e non chiedono nulla.

Periferia di Palermo. A casa Macaluso l’unica presenza costante è quella dei colombi. Sono loro gli unici ad andare e venire con costanza. Gli unici a non demordere e rispettare la prigione. Come se la libera uscita, tacitamente pattuita, sia un impegno da onorare anche nei cieli di una terra dove l’onore non è soltanto una parola. E il concetto è chiaro perfino a chi, abitualmente, vola. In un film di assenze, dove il vero tema è la scomparsa, l’unica forma di resistenza è personificata dai piccioni. I più controversi e inflazionati fra i pennuti. I meno tutelati. I più stanziali. Le sorelle Macaluso di Emma Dante, presentato a Venezia, è a suo modo un racconto di “fantasmi”. Chi non c’è è inevitabilmente tangibile quanto e forse più di chi c’è. Cinque sorelle – Pinuccia, Maria, Lia, Katia e Antonella – vivono in un appartamento misero, mantenendosi con un allevamento di colombe, vendute e noleggiate a seconda delle occasioni. Ma il tempo –  altro elemento essenziale di questa storia, che l’autrice ha concepito per il teatro e ora riadatta sul grande schermo – è impietoso e la loro vita è inquadrata attraverso lo scorrere degli anni, spiandone il divenire prima adulte e poi anziane. Un grande affresco famigliare, per dirla con uno dei ritornelli più abusati, che tuttavia questa volta non stenta a sorprendere. I primi protagonisti mancati sono i genitori. Di loro esiste traccia soltanto in un letto matrimoniale, allestito in una delle stanze dell’alloggio ma mai abitato dai legittimi titolari. Tutta la vicenda fa a meno della coppia su cui è costruito, non solo idealmente e nemmeno ideologicamente, il concetto di famiglia. La regista l’ha spiegato senza troppi giri di parole. “Non li ritengo indispensabili per definire un nucleo di congiunti. Piuttosto, mi sembra più importante la disponibilità a uno spontaneo, solidale e gratuito soccorso che è quanto avviene e cementa l’affetto di queste cinque sorelle”.

Padre e madre sono quindi i primi due “fantasmi” all’ombra dei quali si svolge la narrazione, divisa in tre capitoli non rigorosamente scanditi da cesure e titoli, ma riconoscibili per le diverse età delle protagoniste. In ognuno di essi una delle sorelle scompare. Stavolta a portarsele via è la morte, talvolta prematura, talaltra impietosa. Non a caso nella parte giovanile e introduttiva ad andarsene è Antonella, la più piccola, nove anni, vittima di un incidente nel corso di una marachella. A svolgere il ruolo di collegamento è il senso di colpa che attacca le quattro superstiti ma a evidenziare questo gioco fra presenza e assenza, la bambina sarà viva nei ricordi delle sorelle con lo stesso aspetto infantile al momento della sciagura, che stride e contrasta invece con il progressivo crescere delle altre, ormai adulte. Nel capitolo della maturità a morire di malattia sarà invece Maria, con i suoi sogni tarpati da futura ballerina e un amore singhiozzato con un’amica del quartiere. Anche lei, uscirà di scena ma non dalla mente delle tre sorelle rimaste e, nell’ultima parte, conserverà la fisionomia di donna matura conforme agli anni in cui le è toccata la disgrazia. L’atto conclusivo – la terza età – si conclude con la morte per anzianità di un’altra delle Macaluso e ciò rappresenterà anche l’abbandono di quell’appartamento che aveva custodito le gioie e i dolori piccoli e grandi, quotidiani e straordinari, di ogni attimo di vita in questa saga familiare. Emma Dante insomma gioca con l’esserci plasmando e ripassando assenze ataviche – i genitori – con quelle dettate e pretese dallo scorrere di esistenze non sempre fortunate. Un’alchimia che non sarebbe possibile senza un’attenta osservazione del tempo e del suo ruolo.

Dall’adolescenza all’età adulta fino alla senilità, l’inesorabile scorrere degli anni diventa dramma quando la morte della sorella anziana si coniugherà con il trasloco dall’appartamento ai margini di Palermo. Tuttavia il tono del film è poetico più che drammatico e questo stempera il dolore diffuso. Una pioggia che accompagna le lacrime si sposa con il segno dei mobili su una tappezzeria consunta che lo spettatore nota più dell’impresa di traslocatori che rimuove gli ultimi pezzi dei miseri beni di famiglia. Scatoloni con i giochi. Frammenti di ricordi. Dita nude che scavano in un passato in cui si accavallano emozioni e rabbia. Rimpianti a buon mercato mai chiariti, simboleggiati da quella maniglia della finestra che rimane perennemente nelle mani di Katia ogni volta chiude la finestra. Come l’indiretta imposizione di dover suonare il campanello perché le chiavi nella toppa interna impediscono l’apertura all’esterno. Le sorelle Macaluso è anche e soprattutto un film di simbologie, mai fini a loro stesse. La coesione di affetti che scorre negli animi delle ragazze divenute donne e poi vecchie è dato dai flash back attraverso i quali la regista spiega che cosa sia realmente accaduto in quel giorno lontano dell’incidente alla piccola Antonella. Una morte innocente come quelle degli animali rappresentati nel laboratorio di ricerca veterinaria dove lavora Maria, non a caso la seconda a perdere la vita. Ricchissimo il cast, non tanto per le celebrità quanto per le presenze richieste. Cinque ragazze nel primo capitolo alle quali si aggiungono quattro attrici adulte nel secondo – Antonella resta bambina – e tre nel terzo perché alla piccola di nove anni si affianca Maria adulta. Un’ambizione premiata da un ottimo esito scenico in cui le musiche di Battiato – “Inverno” – e Gianna Nannini – “Meravigliosa creatura” – si sposano con le citazioni letterarie dei brani di Anna Maria Ortese tratti da Il porto di ToledoIl cardillo innamorato. Un crescendo malinconico verso la senilità vista come traguardo, affatto scontato, della vita. Nella fattispecie cinque esistenze che partono dallo stesso punto per poi prendere strade diverse, raccontate con un pizzico di scanzonata leggerezza e suggestioni poetiche.

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