Se muore un figlio, vuol dire che il genitore non ha saputo badargli.

 

Assandira non è un agriturismo. Anche se sembra. Assandira è un trucco, un inganno. È uno specchietto per allodole cieche e sorde. È una Sodoma e Gomorra di oggi dove affoga il pensiero e trionfa l’imbroglio. Il sopruso. La perversione. Finché un giorno divampa un incendio e – come si diceva un tempo – arriva la buoncostume e Dio solo sa quanto ce n’è bisogno. Assandira di Salvatore Mereu, fuori concorso a Venezia, è metafora d’attualità. Purtroppo. In una notte tetra e piovosa, le fiamme divampano in una zona remota della Sardegna e divorano un casolare ristrutturato. Nel disastro muore Mario ma l’unico che può spiegarne il mistero è il padre, Costantino Saru. E sarà lui a raccontare al magistrato la storia di Assandira e come è stata devastata. Si cerca un responsabile ma forse le colpe sono divise in egual misura.  E si rivelano un paradigma della società. I fotogrammi di apertura iniziano dall’epilogo, il rogo. Ma siccome non c’è mai fine al peggio, scavare nei retroscena di quell’inferno è come mettere le mani in un pozzo putrido dal quale escono miasmi di disumanità. Un imbuto di perversione in cui le fiamme sono, a caro prezzo, purificatrici. Diviso in capitoli, ognuno dei quali con un proprio titolo, il montaggio spezzetta organicamente il racconto e i pensieri di Saru, titubante a spiegare che cosa stava dietro un nome. Alcune lettere. Una famiglia a brandelli. È la vergogna a frenarlo ma in fondo a quella notte nera c’è una verità. Amara come l’ingordigia degli uomini e l’innocenza delle bambine che, in mezzo alle macerie, si divertono a giocare con le lettere che componevano la scritta. Assandira. La Babele bio ridotta a un cumulo di nulla di cui quei pezzi sparsi e non consequenziali sono la dimostrazione della catastrofe.

Assandira è il porto dell’esoso e in Germania Mario conosce e s’innamora di una donna, Grete, che lo invoglia a creare una struttura di ricezione dove la figura del pastore diventi un’attrazione. Allo stesso modo dello stallone nella riproduzione equina. Come le pecore e le capre che stolti turisti non sanno nemmeno distinguere. Dove il buonismo è un meccanismo per far soldi e la sera, nelle caverne della Sardegna più selvaggia e disabitata, si consumano notti folli di ogni perversione. La stessa che spinge la formosa tedescona a convincere Costantino a donarle perfino il seme di cui il marito è povero. Saru diventa a suo modo l’omologo umano dello stallone, solo in senso biochimico, stavolta. E alle perplessità di quel pastore diventato zimbello dei turisti, risponde che “noi possiamo fare tutto”. Frase tristemente profetica di come l’uomo sia capace di rovinare ogni cosa. In questo senso Assandira è una parabola perfetta. Dietro l’apparente purezza di alimenti biologici sta lo sfruttamento degli animali. L’accoppiamento come spettacolo. La pastorizia sfruttata. Lo struzzo come falso indigeno di terre che non sono sue. Natura violentata. Come i costumi stessi di un uomo, ormai corrotto in ogni sua forma mentale. Dove tutto è funzionale all’arricchimento. Una spirale verso l’impotenza che costringe Greta all’ingegneria biochimica. E ancora una volta il padre supplisce alle carenze del figlio. Eppure.

Assandira è Padre padrone al contrario. Le analogie sono molte ma per individuarle occorre capovolgere il film. Nell’opera di Mereu – ottimistica nel tentativo di mostrare fin dove precipita il disprezzo dell’umanità per se stessa nell’auspicio di risparmiare il perseverare nell’errore – è il figlio ad essere padrone del padre. A convincerlo fino a costringerlo a credere in ciò che per lui è innaturale. Assandira come agriturismo esemplare che mostra il volto buono e bonario dell’agricoltura. È Mario a obbligare Saru ad accettare quella Babele, a costruire una piscina, a far finta di non notare le notti dissolute. In sostanza ad adeguarsi al precipizio morale. E sull’orlo del baratro, nell’anziano Costantino, che pur nella solitudine ha visto la vita corrergli avanti, si presenta la vergogna con la sua maestosa faccia truce. Nelle campagne non c’è spazio per una sorta di incesto chimico, così come deve esistere il rispetto per la natura che sostenta contadini e allevatori. “Se muore un figlio vuol dire che il genitore non ha saputo badargli” e l’accusa di Saru è rivolta a se stesso e, in fin dei conti, a ogni spettatore. Prima che sia troppo tardi per rovinare l’ambiente. E con esso, inevitabilmente, anche l’uomo.

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