È partita ieri a Montecitorio “No hate speech”, una campagna contro l’odio online presentata dalla presidente della Camera Laura Boldrini e dal ministro alle Pari opportunità Josefa Idem in un dibattito che, forse per la prima volta, ha coinvolto non solo politici, ma anche “esperti della rete”, quelli che nel marketing vengono chiamati “influencer”.

Un primo (piccolo) passo (e speriamo non l’unico) perché, anziché lanciare crociate contro il web e per la sua censura, si apra un dialogo tra chi “rappresenta” la rete e la usa da tutti i giorni e chi fa le leggi. Lo si è fatto però con un grande calderone in cui si è parlato di bullismo e cyberbullismo, femminicidio, razzismo, omofobia e tanto altro. Troppo forse per focalizzarsi sul problema.

Dalla Boldrini a Rodotà, le istituzioni hanno ribadito più e più volte quello che molti dicono da sempre: le leggi contro insulti e diffamazione esistono. E sono le stesse che vigono offline. Non c’è bisogno di leggi speciali, quindi, anche se gli strumenti per farle rispettare forse sono ancora poco efficaci.

La parola chiave del dibattito, comunque, è stata educazione. Educazione alla cittadinanza digitale, all’uso della rete, all’uso degli strumenti. Troppo spesso però si è parlato dei giovani, quando l’educazione deve partire da genitori e insegnanti (come ho sottolineato nel mio intervento: quanti di loro sanno ad esempio impostare i giusti livelli di privacy su Facebook?), ma già il prendere coscienza che non servono battaglie senza una formazione è qualcosa. Sperando che non resti solo una proposta, ma che si arrivi ad inserire accanto a matematica e geografia anche un corso di educazione civica e digitale.

Alla base del discorso, però, deve esserci un assunto: la violenza non nasce con il web. Il web la amplifica, è innegabile. Ma il bullismo – così come la discriminazione di genere, di razza o di orientamento sessuale – è sempre esistito e non sarà certo censurando o punendo i reati online che si debellerà.

Proprio questo tema ha suscitato le contestazioni maggiori sia in rete che in sala. Erano presenti la madre di Carolina, la ragazza che si è suicidata dopo essere stata presa in giro sui social network, e il padre di un’altra vittima del bullismo. Interventi che sono sembrati più adatti a un talk show che a un seminario parlamentare. E che in un primo momento hanno dato l’impressione di voler demonizzare il web. I due in realtà hanno ribadito più volte che la rete ha solo fatto venire fuori il disagio che c’è nelle scuole e tra gli adolescenti, ma ritengo che sia stata comunque una strumentazione del dolore quantomeno inopportuna.

Resta il fatto che il problema della violenza online – derivante soprattutto da una trasposizione di un linguaggio verbale sempre più colorito e “urlato” – c’è e bisogna prenderne atto. La contrapposizione tra noi (quelli che “io uso internet da prima che nascesse” e vengono considerati esperti solo per questo) e loro (i politici) non porta a nulla.

Per chi non ha potuto seguirlo (e ha oltre 3 ore di tempo), qui l’intero dibattito.

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