FloydProtest052920La morte di George Floyd è una tragedia, ma mettere a ferro e fuoco una città intera come Minneapolis non è una buona idea. Gli afroamericani hanno sofferto fortissime discriminazioni, specialmente nel sud degli Stati Uniti. Martin Luther King morì, assassinato a Memphis, nella lotta per l’uguaglianza tra gli afroamericani e i cosiddetti bianchi. Trump ha subito stigmatizzato la morte di Floyd ed il suo omicida, perché di questo stiamo parlando, è stato arrestato ieri. Nonostante ciò, la comunità afroamericana di Minneapolis e varie altre comunità in giro per gli Stati Uniti stanno causando danni immani a cose e persone. Donald Trump ha fatto capire che non è tollerabile un clima da guerra civile e subito, da Elizabeth e giù tutto il pantheon democratico ad accusarlo di razzismo, di fascismo e di fomentare l’odio razziale. Ma facciamo un piccolo passo indietro, Aprile 2015 a Baltimora, quando un giovane afroamericano, Freddie Gray, morì quando era sotto custodia della polizia. Anche in quel caso, a Baltimora scoppiarono violente proteste da parte della comunità nera. A quel tempo il presidente degli Stati Uniti era ancora il democratico Barack Obama che, udite udite, reagì esattamente come Trump, intimando la fine delle proteste. Non contento, il Governatore del Maryland richiese l’intervento della Guardia Nazionale, non proprio uno scherzetto.

Come vedete, la politica americana, sia che il Presidente sia Democratico o Repubblicano, ai tafferugli reagisce sempre allo stesso modo: con fermezza. Perché la morte di un povero cittadino afroamericano sotto custodia della polizia, così come avvengono altrettante morti di cittadini bianchi, non può essere la scusa per distruggere una città. Nelle democrazia, se un pubblico ufficiale ha sbagliato, paga nei tribunali. Non siamo nei Simpson, dove un Boh qualsiasi si mette alla testa della folla inferocita.

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