Perché il rock italiano è vascocentrico

Barbagli Innanzitutto un po’ di pace. No, non nel senso che il concerto di Vasco Rossi sia un placido trallallero senza emozioni. Tutt’altro: quando è salito sul palco del Mediolanum Forum per il primo degli otto concerti quasi consecutivi e tutti esauriti, la sberla rock di «Ho fatto un sogno» ha subito fatto vibrare le poltroncine e alla fine l’eco zigazagava ancora sotto le volte. Però Vasco Rossi, anche adesso che ha compiuto 58 anni, mette d’accordo tutti, nessuno che lo contesti, nessuno che lo critichi se non per vezzo o inutile ribellismo, come quel giornalista che lo definì «tacchinone», o quell’altro che lo scoprì «sguaiatamente truzzo», come se Vasco non si vestisse o non parlasse come un uomo qualunque che meno truzzo non si può.

È beatamente il miglior rocker italiano e pure il più libero, costi quel che costi, e spesso gli costa assai. Potesse, ne direbbe di tutti i colori. Ma avendo rispetto del potere, specialmente del suo, tace. Perciò, parlando di lui a un Porta a Porta, gli ospiti starebbero solo seduti da una parte, quella a favore, e vai a trovarlo un kamikaze che si immoli sulle altre poltroncine. Il Vascocentrismo mette pace. Al limite Veltroni critica la scelta di Bersani di eleggere a inno del Pd la canzone Un senso perché ha quel verso, «Voglio trovare un senso a questa storia anche se questa storia un senso non ce l’ha», che sembra scritto apposta pure se Vasco al Pd manco ci pensava.
Anche qui al Forum, mentre lui snocciola quasi tre ore di concerto con i suoi classici e un pugno di canzoni, qualcuna vecchia di 32 anni come La nostra relazione (primo brano del primo disco, 1978, c’erano ancora Paolo VI in Vaticano e Giovanni Leone al Quirinale), nessuno pensa al Pd e nessuno neanche litiga. Vasco è un rito, d’accordo. Ma è soprattutto una festa, con i suoi colori caserecci, gli odori che fanno della platea, qui la mortadella e di là la porchetta nel panino, una cartina dell’Italia che se ne frega della D’Addario e di tutte quelle cose lì perché è impantanata nell’esistenza quotidiana, nel cotidie vivere che qualche volta val bene una canzone come l’iniziale Ho fatto un sogno (da Tracks 2), un’invettiva contro chi si occupa degli affari degli altri, insomma contro il pettegolismo senza «se» e senza «ma» eppure con tanti chissenefrega. «Morgan? La mia stima e la mia simpatia nei suoi confronti non hanno subito alcuna flessione come invece oggi ha fatto il Dow Jones», aveva detto prima di salire sul palco.

D’altronde Vasco Rossi è uno che se ne frega ma solo musicalmente parlando, sa tutto perché legge come un forsennato, e per il resto si fa i fatti suoi, senza spettacolarizzazioni, mercanti nel tempio, sbrodolature di ego oggi tanto di moda. Gli basterebbe un niente per fare una primaseratona in tv da dieci milioni di spettatori e via andare. Ma quando è apparso al Festival di Sanremo anni fa, «per restituire il microfono che mi ero portato via la prima volta», ha fatto una faticaccia a mettersi in posa per farsi celebrare come un dio, lui che vive diluito nei dubbi. Preferisce il palco, che è la vetrina dove sudi, sbuffi, magari stecchi pure, ma sei quello lì e di quello ti prendi le tue belle responsabilità e stop.

Qui, puntuale come sempre, sale sul palco, vestito al solito con i jeans e il giubbotto di pelle nera che si toglie subito, caracolla, sorride, canta, lascia partire una band che non si ferma più, perfetta, roboante, giovane anche se piena di rughe che si riflettono sui cubi della scenografia, metallici, incombenti, quasi inquietanti così pieni di spigoli. Dimenticasse, Vasco, il testo delle sue canzoni, ci sarebbero come al solito gli undicimila e rotti paganti del Forum a ricordargliele. Una per una, mica solo Albachiara o Una canzone per te. Di ognuna si è parlato cento e cento volte, sono il vocabolario di una generazione vera e piena di errori e non c’è un titolista di giornale che non abbia usato la «vita spericolata» per rendere il senso di un articolo. Spesso sbagliando, spesso a sproposito perché di quella vita Vasco non ha reso l’euforia incosciente, bensì il cosciente dolore, spericolato perché squilibrato.

E anche qui, quando si mette sul proscenio, con la chitarra acustica, lui e lei da soli, e squaderna due, tre ballate come Sally o Dillo alla luna spiegando come sono nate le sue canzoni, ecco Vasco che, a tu per tu con il suo mondo di angosce, immani perfezionismi e immanenti obiettivi, non fa altro che essere se stesso, l’ombelico del Vascocentrismo di cui tutti si beano perché trovatelo un altro che mette d’accordo tutti, che mette pace facendo un casino dell’altro mondo e che, quando qualcuno lo critica, nessuno gli risponde perché tanto si commenta da solo.

1 Star2 Stars3 Stars4 Stars5 Stars (2 votes, average: 5 out of 5)
Loading ... Loading ...
Il Blog di Paolo Giordano © 2010

Con Beck sembra un’altra Gainsbourg

164998 P1 046Ma brava così, bisogna sempre tradire le aspettative. Stavolta Charlotte Gainsbourg non è francesissima ed eterea come nel cd 5.55, macché. È trasversale e folle perché questo IRM l’ha sfornato insieme con Beck, che è un depresso di talento e, nel duetto Heaven can wait, riesce a far pensare che i Beatles siano di nuovo al Cavern. Attenzione però: le altre dodici canzoni sono senza regole perché Le chat du café des artistes a è cupa e piovosa, in Vanities c’è un movimento d’archi da Hollywood anni 50, Dandelion è un country da salotto chic e la chitarra lisergica di Trick pony piacerebbe all’ultimo John Lennon ma anche a Piero Piccioni che quante ne ha messe, di chitarre così, nelle sue colonne sonore sconvolte e geniali e sorprendenti proprio come questo IRM. Ma brava, madame Gainsbourg.

1 Star2 Stars3 Stars4 Stars5 Stars (5 votes, average: 5 out of 5)
Loading ... Loading ...
Il Blog di Paolo Giordano © 2010

San Siro pensaci tu (e alza il volume)

1724457Ora vien da ridere perché questo è un caso unico al mondo. Anche Paul McCartney ha detto no grazie alla proposta di suonare a San Siro. Il promoter lo ha raggiunto durante una delle ultime date del tour inglese, poco prima di Natale, e lui ha risposto: bella idea, purtroppo a San Siro bisogna tenere il volume basso e quindi grazie ma ci sentiamo la prossima volta. Zero. Paul McCartney, mica Mondo Marcio. Così hanno detto anche gli Ac/Dc, che invece di suonare a Milano andranno a farlo allo stadio di Udine e beato Angus Young (nella foto) che potrà smanettare la sua Gibson senza limiti. E così avrebbe voluto fare anche Bruce Springsteen, che invece a San Siro l’ultima volta ha suonato ma lo ha fatto per 28 minuti in più dei limiti previsti dai regolamenti e ha mandato sotto processo il promoter del concerto (il meraviglioso Claudio Trotta della Barley Arts). Quindi è molto probabile che Springsteen non suonerà mai più a Milano e ne parlerà male ogni volta che potrà. A meno che. A meno che non tolgano quegli orribili limiti acustici fissati dai regolamenti dell’Asl. 78 decibel. In poche parole, come ha spiegato il più rockettaro degli assessori milanesi (Giovanni Terzi), si equipara il rock al rumore. Anzi, ancora peggio. Il motorino smarmittato che è appena passato sotto al Giornale ha senza dubbio superato i 130 decibel di rumore ma non ha suscitato nessuna protesta, non ha incontrato nessun vigile che elevasse una multa, non ha stimolato nessun comitato di integerrimi cittadini che protestassero contro il fracasso. Ma i concerti sì. Paul McCartney che canta ‘Yesterday’ sì. Bruce Springsteen con la sua ‘Promiseland’ anche. Come direbbe Totò: ma mi facciano il piacere. Al di là delle battute, è soprattutto una questione culturale. Una questione che fa tornare Milano indietro nel tempo, agli anni Cinquanta. Come ha spiegato anche Terzi, basterebbe mettere tra parentesi i limiti almeno per i cinque, sei, massimo sette concerti rock estivi. Una robetta, che ci vuole. Anche perché, parliamoci chiaro, i problemi di quiete pubblica e di sicurezza intorno a San Siro non sono certo legati ai concerti e ai fans che li affollano. Questa insomma è ipocrisia. La tipica ipocrisia che ha un solo effetto: obbligare Milano a rimanere ai margini di uno dei circuiti internazionali più importanti in assoluto anche da punto di vista imprenditoriale: quello del rock. Avanti così, fatevi del male.

1 Star2 Stars3 Stars4 Stars5 Stars (8 votes, average: 5 out of 5)
Loading ... Loading ...
Il Blog di Paolo Giordano © 2010

Il pop e l’effetto juke box

lady gaga elle january 2010In fondo i dati parlano chiaro: aumenta il download e diminuisce la vendita dei cd. Il pubblico, aiutato dall’ipod, autentico piede di porco per ribaltare le vecchie abitudini, è sempre più selettivo e volubile perciò sceglie singoli brani, li compra o li ruba dal web e poi si compila da solo la lista di canzoni da ascoltare. Lista fugace. Lista che cambia a tempo di moda. In fondo, fatte le dovute differenze, è quanto capitava negli anni Cinquanta e soprattutto Sessanta, quando si vendevano più 45 giri che 33 ed erano gli stessi artisti a preferire i primi usando i secondi come semplici collettori di singoli. D’altronde già una decina di anni fa Gino Paoli, uno che pubblicò molti brani prima di mettere in vendita un album, anticipò: «Si ritornerà a quei tempi, incideremo una canzone per volta». Intanto qualche cifra. Nel 2009 in Gran Bretagna, che vale il dieci per cento del mercato mondiale, la vendita dei singoli è cresciuta del 32.7 per cento ed è arrivata a 152 milioni di copie, delle quali addirittura il 98 per cento è digitale. Nella settimana dopo Natale ne sono stati scaricati 4.22 milioni di copie, record assoluto merito degli Mp3 player trovati sotto l’albero. Nel 2009 i possessori di iPod hanno comprato oltre nove miliardi di singole canzoni su iTunes che, secondo una ricerca della NPD Group, negli Stati Uniti vende un brano su quattro. E in Italia, che in questo campo è indietro rispetto al mondo anglosassone anche per i limiti medi di velocità del web, la musica digitale è cresciuta del 35 per cento (dati Fimi). Insomma, la tendenza è precisa e va al di là della semplice contabilità: il pubblico è più selettivo, preferisce collezionare brani piuttosto che opere complete e nel giro di pochi anni, predicono gli esperti, il focus del mercato sarà più concentrato sulle singole canzoni che sull’intero cd, tra l’altro in costante e irreversibile calo. In altre parole, si sta esaurendo una fase lunga circa quarant’anni (ah, gli anni Settanta e Ottanta con il culto dell’album!) e si torna al passato. Ovvio, si tratta di analisi a medio e lungo termine, però una ricerca inglese conferma che solo il 66 per cento dei giovani tra i 14 e i 18 anni preferisce il cd al download. E gli artisti, di fronte a dati inequivocabili, lentamente si adeguano. Intanto si sono drasticamente ridotti i tempi tra un disco e l’altro: il tourbillon del web impone un ricambio assiduo anche per nomi giganteschi che fino a pochi anni fa potevano permettersi lunghe pause tra una novità e l’altra. Gli U2 hanno appena finito un tour mondiale e sono di nuovo in studio per incidere nuove canzoni prima di ripartire per un altro giro di concerti, Britney Spears ha inciso due album a stretto giro, poi ha subito pubblicato un greatest hits con un brano nuovo e in primavera arriva con un altro disco. Per dirne un’altra, il singolo Just dance di Lady Gaga (nella foto) è il secondo più scaricato del decennio con 4.69 milioni di download, mentre il primo, Low di Flo Rida, è a quota 5,2 milioni. E via elencando: e non sono cifre da sottovalutare. In Italia Gianna Nannini ha ripubblicato lo splendido Giannadream con l’aggiunta (anche) del nuovo singolo Salvami, il duetto con Giorgia scritto da Pacifico che sta avendo un grandioso successo. E sempre più frequentemente molti spalmano la loro presenza sul mercato pubblicando singoli sganciati dai rispettivi album o addirittura del tutto isolati.
D’altronde, mentre anche The Edge degli U2 segnala che «si è interrotto il flusso di credito all’industria musicale e quindi nessuno finanzierà tour e chiuderà contratti discografici», è evidente che il mercato cerca un nuovo equilibrio in attesa di regolamentazione legislativa e contrattuale per il web e per la responsabilità degli internet service provider in merito al flusso, virtuoso o meno, di download di file musicali. Perciò alla riduzione dei tempi di assenza e al progressivo disinteresse verso il cosiddetto album potrebbe corrispondere un incremento della pubblicazione dei singoli, che consentono visibilità agli artisti ma anche un ridotto dispendio di energie creative ed economiche. Proprio come negli anni Sessanta. Però occhio: si tratta di tendenze generali e non particolari quindi non ci sarà una istantanea inversione di marcia anche perché, come osservava qualche tempo fa l’amministratore delegato della divisione musica registrata della Emi, Elio Leoni Sceti, «il settanta per cento del consumo di musica è digitale, eppure solo il venti per cento dei ricavi delle case discografiche proviene da quel settore». E allora sta a vedere che in un momento così, la via più praticabile per entrare nel futuro rischia davvero di trasformarsi in un ritorno al passato.

1 Star2 Stars3 Stars4 Stars5 Stars (8 votes, average: 5 out of 5)
Loading ... Loading ...
Il Blog di Paolo Giordano © 2010

Da Antony & The Johnsons a Jack White, ecco i re degli anni Zero

Jack White Si fa presto a dire un decennio: ma per la musica leggera è un’eternità. Si alternano le tendenze, spuntano cantanti e altri ritornano, scoppiettanti fenomeni di vendita segnano un’estate e poi evaporano subito. Qual è stato il disco degli anni Zero, in Italia e all’estero? E il personaggio rivelazione? Di sicuro colpisce la fluidità del mercato ma non quello dei concerti, dove come sempre dominano Rolling Stones, Madonna, U2 e, qui da noi, Vasco Rossi esattamente come vent’anni fa. Le classifiche invece sono state un tourbillon più del solito. Nei Novanta hanno regnato il grunge e il rap nel mondo anglosassone mentre in Italia c’era una canzone d’autore ancora incerta su quale strada prendere. Invece gli ultimi dieci anni sono stati (per fortuna) più vari ma non necessariamente migliori. Il rap è sempre meno gangsta (alleluja), l’r&b è esploso dilagando ovunque, il rock è ritornato roll e gli italiani sono diventati da esportazione perché, ebbene sì, l’Italia oggi ha alcune corazzate come Bocelli e la Pausini che all’estero ce le invidiano. Comunque, se si guardano le classifiche di inizio Duemila, oggi i desaparecidos sono un esercito, da Ricky Martin agli Eiffel 65, e l’armata dei dimenticati è stata frullata dal web, che è un gigantesco generatore di entusiasmo ma anche di oblio. Insomma, il bilancio è che la musica non è mai stata così bene - nella storia dell’umanità non se ne è mai ascoltata così tanta ovunque - mentre la creatività e l’industria hanno il fiatone. Infatti Mogol, uno che se ne intende perché è il re degli autori musicali, dice che «non c’è molto che mi abbia colpito in particolare. Sì, Jovanotti e Tiziano Ferro. Ma negli anni ’70 e ’80 ci sono stati molti più capolavori». Così, tra i musicisti del Duemila vota Gianni Bella perché «anche se lavora in parte anche con me, la sua opera ha un valore mondiale. Comunque talvolta sento canzoni di grande fascino anche di altri cantanti». Chi negli ultimi anni ha ascoltato migliaia di brani è stato Gianmarco Mazzi, che sta per iniziare il suo quinto Festival di Sanremo da direttore artistico musicale. Per lui, i protagonisti italiani sono i Negramaro di Mentre tutto scorre perché «hanno mantenuto le promesse e sono riusciti a influenzare una generazione di band». Il suo disco internazionale preferito è Back to black di Amy Winehouse, mentre i personaggi di questi anni sono i Black Eyed Peas, «capaci di essere un fenomeno mondiale». Anche Mara Maionchi ha le idee chiare e impiega soltanto un attimo a dire Tiziano Ferro. D’accordo, lei è stata il suo talent scout però è indubbio che, come spiega, «anche se i dischi di Vasco Rossi hanno ribadito la sua creatività, l’album Rosso relativo di Tiziano del 2001 è stata una novità assoluta». Poi in questo decennio hanno lasciato un’impronta determinante anche i Coldplay di Parachutes e pure Lady Gaga, che è una pivellina appena esordiente ma «ha delle potenzialità enormi: sa comporre le proprie canzoni e potrebbe ancora migliorare». E difatti molti dicono che sarà la regina del prossimo decennio. Molto rock, come è giusto, il direttore di Rolling Stone, Carlo Antonelli, che incorona i Radiohead di Kid A e Amnesiac, Jack White dei White Stripes e Tiziano Ferro perché «ha un incredibile talento». Ma non sceglie nessun disco italiano. Anche Nicoletta Deponti, una delle più grandi deejay italiane con 5 Telegatti e una Grolla d’Oro come miglior conduttrice, prima di andare in onda su Rtl 102.5 spiega che Tiziano Ferro non ha bisogno di presentazioni ma, negli anni Zero, «Laura Pausini si è consacrata ed è diventata una regina internazionale». Tra i dischi sceglie Parachutes dei Coldplay e Mentre tutto scorre dei Negramaro, anche se «Safari di Jovanotti è un gran bel disco». Idem per Claudio Cecchetto, da trent’anni fior di produttore musicale: «Safari è quello che tutti si aspettavano da un grande come Lorenzo Jovanotti: è una star di rilievo internazionale e quel cd è rimasto due anni in classifica, mica roba da tutti. Mentre il disco internazionale che mi ha più impressionato è stato l’ultimo dei Black Eyed Peas, The E.N.D.: ha dimostrato di saper divertire tutto il mondo e che la musica del futuro prenderà più spunti dal passato che dal presente». Tra i personaggi, lui sceglie Tiziano Ferro perché «ha sconvolto tutto e anche come autore per Giusy Ferreri ha dimostrato di avere una marcia in più». Infine Rudy Zerbi, presidente della Sony Music e golden boy della discografia italiana: «Scelgo Antony & The Johnsons di I am a bird now, dopo Morrisey e David Sylvian sono quelli che nel tempo mi hanno emozionato di più. Gli italiani? Tiziano Ferro per le mille cose che ha fatto e Soundtrack di Elisa, con almeno dieci delle più belle canzoni italiane del decennio». Insomma, evviva: ecco la classifica degli anni Zero. Ora, volendo, non resta che aprire la porta al futuro.

1 Star2 Stars3 Stars4 Stars5 Stars (10 votes, average: 4.9 out of 5)
Loading ... Loading ...
Il Blog di Paolo Giordano © 2010

Quando Amici va oltre lo show e fa del bene (vero)

4497 02Cinquecentotrentamila euro. Proprio così. Sabato li ha raccolti la trasmissione “Amici” di Canale 5 a favore dell’Ail, Associazione Italiana contro le Leucemie. In poco più di due ore. Maria De Filippi ha ospitato il presidente Franco Mandelli, che è un professore gentilissimo e minuto, e subito dopo ha richiesto agli spettatori di inviare un sms. In studio c’era un display sul modello di quelli di Telethon. Ha iniziato subito a fluttuare. Velocissimo. Inarrestabile. In due ore, quasi un miliardo di vecchie lire. Chissà se è un record, magari no. Senza dubbio è un calcio sui denti ai luoghi comuni. “Amici” è una scuola competitiva di musica e danza seguita da un pubblico giovane o giovanissimo che si ritiene sempre più distante dai temi sociali, sempre più annoiato e cinico. Anche le critiche nei confronti di Amici sono dello stesso tenore. E invece. Io ero in studio e, talvolta, più che le vicende del programma, ad affascinarmi era l’impetuoso scorrere delle cifre. I ragazzi in studio cantavano, magari litigavano e intanto la gente mandava sms da casa. Alla fine, una somma enorme per il poco tempo in cui è stata raccolta. Devo dire: mi sono commosso. C’è stato, in quel momento, una grande sinergia, totalmente disinteressata. La platea a casa, qualche volta accusata di essere troppo distratta o menefreghista, ha dimostrato l’esatto contrario. Per me non è stata una sorpresa. Per qualcun altro dovrebbe diventarlo.

1 Star2 Stars3 Stars4 Stars5 Stars (17 votes, average: 4.71 out of 5)
Loading ... Loading ...
Il Blog di Paolo Giordano © 2010

Ma Susan Boyle è davvero la rivincita dei brutti?

1 susan boyle 2009Per carità, Susan Boyle ha battuto ogni record. Il suo cd I dreamed a dream è il più venduto di tutti i tempi in Gran Bretagna alla prima settimana di pubblicazione. Più di Michael Jackson. O degli U2. O di Leona Lewis. In più è anche il più prenotato della storia di Amazon.com. Quattrocentodiecimila copie, mica bruscolini. Lei - tanto ormai lo sanno tutti - è la bruttina lanciata da Britain’s got talent, una sorta di talent show che in Gran Bretagna ha fatto ascolti da pacche sulle spalle e da paginate su tutti i rotocalchi. Oddio, gran parte del merito è proprio di Susan Boyle, un tipo timidissimo e sincero che una volta si è lucidamente definita “brutta come un garage”. In effetti. Però ha una gran voce, molto rotonda, intonata, forse azzardata sui registri acuti ma stentorea e ben definita. In questo cd canta un bel po’ di cover e forse le più riuscite, molto più di una anonima Cry me a river, sono You’ll see di Madonna e Wild Horses dei Rolling Stones. Anzi, ques’ultima è così bella che gli Stones hanno deciso di pubblicare di nuovo come singolo la loro versione originale. Dunque, un successo senza precedenti. Naturalmente i sociologi e i tuttologi si sono scatenati sui giornali, sui tg, alla radio, tutti a commentare e a spiegare per quale motivo una sconosciuta sia diventata un eroe nazionale in pochi mesi. Spiegazione ricorrente: è la rivincita del brutto. Susan Boyle è brutta ma è in testa alla classifica e quindi basta con le supervamp, addio alla chirurgia estetica, viva la bruttezza. In realtà forse non è così e Susan Boyle non è la rivincita dei brutti. E’ purtroppo l’eccezione che conferma la regola perché se fosse davvero la rivincita, nessuno perderebbe tempo a sottolinearlo. Susan Boyle sta avendo successo anche perché è brutta, non perché la sua voce batta tutto il resto. Indubbiamente è talentuosa, ha un timbro vivace ed espressivo. Ma ha anche una storia alle spalle che rafforza il personaggio e si adatta benissimo alla matrice televisiva. In un panorama scintillante di bellezze e vacuità, una donna di provincia che sappia cantare bene e prendersi poco sul serio è una rarità che richiama l’affetto del pubblico. E dall’affetto alla “sunpazeia” il passo è breve. Ma non diciamo che questa 48enne di Blackburn rappresenti la rivincita delle brutte: è offensivo per tutti, oltre che per lei. E’ solo la dimostrazione che, come a suo tempo nel circo Barnum, a vincere sono le eccezioni. Ma a durare nel tempo sono purtroppo solo gli altri. Vedremo.

1 Star2 Stars3 Stars4 Stars5 Stars (16 votes, average: 5 out of 5)
Loading ... Loading ...
Il Blog di Paolo Giordano © 2010

Se anche Steven Tyler va in pensione

guitar hero aerosmithFosse vero, sarebbe una brutta sorpresa. Steven Tyler se ne sarebbe andato dagli Aerosmith, avrebbe lasciato la band più famosa d’America e avrebbe in poche parole sciolto i Toxic Twins, i gemelli tossici, la coppia che lui e Joe Perry hanno formato per più di trent’anni. Con enorme successo. Con enormi guadagni. E con enormi sofferenze personali. Ad annunciarlo, con un po’ di vaghezza, è stato il chitarrista Joe Perry: “Dopo essere tornato a casa dal concerto di Abu Dhabi, ho letto online che Steven aveva abbandonato la band. Ho provato a chiamarlo, ma non mi ha risposto. Steven è noto per ste cose, non risponde mai. Ormai so com’è fatto e non me la prendo se non risponde alle mie chiamate, però adesso non so dire se se ne sia andato per sempre, o cosa. Negli ultimi mesi il suo comportamento peggiorava sempre, ma cercavo di non attaccarlo troppo perchè non volevo che un nostro litigio portasse all’annullamento di nuovi concerti. Ora i nostri impegni con il tour sono finiti, e forse è finita anche la nostra collaborazione con lui. Non so altro. Steven non è in contatto con nessun altro della band”. Insomma, Steven Tyler non è il massimo dell’affidabilità ed è forse in una delle sue solite fasi di autoesilio dalla band con cui ha appena strappato un enorme successo con Guitar Hero (foto qui di fianco). Però è anche vero che ha 61 anni e non è più un bambino. Forse non ne ha più voglia. Forse, dopo quarant’anni di stravizi e stratutto, ha semplicemente voglia di andarsene in pensione. Almeno per un po’.

1 Star2 Stars3 Stars4 Stars5 Stars (17 votes, average: 4.53 out of 5)
Loading ... Loading ...
Il Blog di Paolo Giordano © 2010

Shakira ma mi faccia il piacere

perfettaSì certo, è facile parlare così. L’altro giorno Shakira, che sta promuovendo il suo (bel) cd She wolf, ha detto testuale: “Sono a favore del download illegale perché la musica è un dono e andrebbe regalata, non venduta”. Quando si parla così, delle due l’una: o si prende in giro l’ascoltatore oppure si è semplicemente degli sprovveduti. Shakira non lo è e quindi ha decisamente detto una sciocchezza. Per di più in malafede. Proprio lei dovrebbe sapere che, senza case discografiche, lei sarebbe a spasso oppure molto, ma molto, meno famosa. Proprio lei dovrebbe sapere che le case discografiche danno lavoro a decine di migliaia di persone in tutto il mondo e in questo momento stanno licenziando in libertà proprio a causa (anche) della pirateria. Siamo tutti d’accordo che il rapporto tra major e ascoltatori non è dei migliori. E siamo d’accordo che spesso ci sono state esagerazioni commerciali molto dannose ai danni degli appassionati di musica. Ma ovunque l’arte si paga e si è sempre pagata. Augurarsi il contrario, augurarsi che la musica possa essere distribuita gratis come nel 1945 gli americani facevano con le tavolette di cioccolata, significa volere la fine della musica. Ed è strano che lo dica proprio lei, un’artista Sony che grazie alla Sony viaggia su voli privati e dorme in hotel superlusso. E non mi risulta che la Sony regali i dischi di Shakira. Punto.

1 Star2 Stars3 Stars4 Stars5 Stars (21 votes, average: 4.71 out of 5)
Loading ... Loading ...
Il Blog di Paolo Giordano © 2010

La difficoltà di essere Robbie Williams

RobbieWilliams 01Dopo un po’ lui entra con le sue belle scarpe nuove in questa sala di un hotel di Londra, titubante assai, si stravacca sul divano et voilà! Il nuovo Robbie Williams torna dopo tre anni di autoesilio, pubblica un cd niente male e non è un ciccione depresso come qualcuno temeva. È invece un uomo intelligente che mostra al pubblico il suo catalogo di ossessioni e lo fa con la sbruffona timidezza degli insicuri. «Ho trentacinque anni, forse dovrei essere un uomo più strutturato», sussurra. D’altronde è difficile pretenderlo. A sedici anni, prima di debuttare con i Take That, ha conosciuto la cocaina. Poi la fama mondiale, che più o meno fa lo stesso effetto.
E dopo ha iniziato ad averne il terrore, o forse la noia. Nel frattempo ha venduto palate di dischi diventando uno dei cantanti più famosi in circolazione e ha foraggiato i rotocalchi con ogni tipo di gossip. Ma si è dimenticato di crescere. Lo sta facendo ora, con il disarmante ritardo degli artisti, accettando finalmente di confidarsi ma fumando una sigaretta Silk Cut dietro l’altra come se la star qui, in un hotel di Soho, non fosse lui, l’ex golden boy del pop, ma la sua paura, crudele e onnivora.

Robbie Williams, non per nulla ha intitolato il suo nuovo album Reality killed the video star, la realtà uccide la star del video.
«Era il titolo di una canzone che scrissi anni fa pensando al mio primo amore, io avevo sedici anni e lei quindici. Poi persi il testo ma il titolo mi è comunque rimasto in mente. E l’ho tirato fuori».

Sì, ma cosa significa.
«Niente, è solo un piccolo titolo per un album pop».

Ci sarà qualcuno che si immagina un riferimento polemico ai reality show.
«Mi piacerebbe fare discorsoni intellettuali sui reality e dire che ci stanno distruggendo. Io in realtà li guardo e non so se facciano bene o male».
Nel suo nuovo singolo Bodies lei dice testuale: «Gesù non morì per voi».
«Una sera ho visto un documentario che parlava delle insicurezze intorno a Gesù e del fatto che in passato fossero adorati dei figli di madre vergine e risorti dopo la morte. E mi sono detto: magari Gesù non è morto per noi».

Complicato. Ma lei è praticante?
«Sono stato allevato come un cattolico e mi trascino i miei sensi di colpa e una bella sensazione di vergogna».

Ma va in chiesa, prega?
«Non più. Quando sono felice credo che forse Dio non esista. Quando sono triste e infelice, spero che ci sia e lo cerco».

Adesso è nella fase che non crede in Dio: le sta andando tutto bene.
«Non lo so, mi sento imbarazzato per quanto sono sensibile alle cose che mi circondano. E tutto ciò condiziona ciò che penso di me».

Perciò va poco volentieri in tv.
«Odio andare in tv, specialmente qui in Gran Bretagna dove i giornalisti sono i peggiori».

Sabato prossimo lei sarà ad Amici su Canale 5.
«Andare in tv comunque mi terrorizza. Capisco George Michael che nella sua carriera solista ha pubblicato solo quattro dischi. Gli alti e bassi ti possono devastare».

Viene in mente Michael Jackson.
«Ho trascorso tre anni chiuso nella mia casa di Los Angeles senza uscire se non per andare dal medico. Ho preso anche gli antidolorifici come faceva lui. Ma dopo due mesi ho smesso, ce l’ho fatta».

Inizierà un’altra tournée?
«Ne sono terrorizzato. Quando arrivo sul palco sembro così sicuro e invece sono terrorizzato. Sono un automa che continua a ripetersi di fare schifo».

Sì o no?
«Per ora no, ma non lo escludo. Diciamo che ogni tanto farò come si fa con l’acqua del mare: si mette dentro il piede per sentire se sia troppo fredda oppure sopportabile».

Niente tour, il disco è finito. Scusi, lei che cosa fa?
«Scrivo canzoni tutto il giorno, anche adesso che ho un disco di cui sono incredibilmente orgoglioso».

E l’ispirazione da dove le viene?
«Dico la verità: non lo so».

Molti se lo sono chiesto dopo il suo penultimo cd, Rudebox, che è stato un flop.
«Era un album sperimentale che mi sono divertito a fare. Da ragazzino, ascoltai Achtung baby degli U2 e pensai: ma questo disco è davvero sexy! Con Rudebox volevo fare un album così».

Obiettivo mancato.
«Non sono mai riuscito a fare l’album che ho davvero in mente».
Magari lo farà con i Take That. Dicono che finalmente vi riunirete.
«Amo il pop e mi è piaciuto molto il loro ultimo cd The circus: io sono pur sempre un grande fan dei grandi cori nelle canzoni».

D’accordo, ma vi riunirete?
«Mi interessa molto ma non so quando succederà».

Pieno di incertezze. Se non fosse diventato una popstar, che cosa avrebbe combinato nella vita?
«Sarei diventato molto grasso. Andavo bene a scuola ma non ho imparato nulla. Forse sarei diventato uno spacciatore di marijuana».

La fuma?
«No».

Michael Bublé vorrebbe duettare con lei.
«È un grande, mi piace. È come me ma lui sa cantare».

Allora il duetto?
«Ma a quale scopo? Se fossi ambizioso, lo farei. Ma alla fine preferisco starmene a casa a Los Angeles con il mio cane».

1 Star2 Stars3 Stars4 Stars5 Stars (17 votes, average: 4.76 out of 5)
Loading ... Loading ...
Il Blog di Paolo Giordano © 2010
Il Blog di Paolo Giordano © 2010