E va bene, ero partito con il piede sbagliato. Il primo singolo di Vasco mi piace poco, l’ho scritto qui e voi mi avete crocifisso. E, sincerita’ per sincerita’, ieri quando sono andato ad ascoltare tutto il disco (ci siamo trovati in un bel locale di Milano che non conoscevo, il Mu) non ero ben disposto, chissa’ perche’. Poi ho ascoltato il disco una volta, due volte; l’ho ascoltato anche dopo ,in cuffia. Ebbene, Vasco ha fatto il suo disco più maturo. E’ stato cosi’ bravo da essere essenziale riuscendo a raccontarsi tutto, scherzando, insultando, ammonendo, mostrandosi indifeso come nel brano chiave (sotto il profilo dei testi) che è E adesso che tocca a me, seguito subito da Dimmelo tu, altro cardine di Il mondo che vorrei. Ok, lasciamo perdere la musica, che è un gran bel rock, talvolta stellare, talvolta un po’ manieristico ma comunque suonato da gran signori come Mike Landau, Tony Franklin e persino (in Gioca con me) da Slash. Cio’ che conta sono le parole e la vita che c’è dietro. Vasco è arrivato alla sua terza. La prima è stata quella dell’esaltazione, che lo ha reso un mito. La seconda quella della consapevolezza, che lo ha trasformato in un guru. Adesso Vasco e’ un artista capace di sognare e di essere cinico. E’ distaccato eppure ha una voglia pazzesca di tornare ai sogni, di calarvici dentro con tutto il corpo e tutta la mente. La realtà gli fa schifo, sa che non puo’ cambiarla e se ne frega perche’ sa che l’unica medicina sono il sogno, l’ironia, il graffio non distruttivo ma creativo, libero. Con questo album, a prescindere da quelle che saranno le vendite, si è laureato come l’unico vero artista tridimensionale, che è cresciuto con il suo pubblico senza perdere per strada nessuno. Complimenti. Anche alla faccia degli scettici come me, la sua è una laurea con tanto di lode, la laurea definitiva: nessuno, nel rock italiano ma anche nella canzone d’autore, ha fatto meglio di quanto ha fatto lui, con i suoi capolavori e, soprattutto, con i suoi limiti. Giù il cappello, dunque.