Eccomi qui , l’ho finalmente sentito. Innnanzitutto faccio una premessa: nel 1992 (o 1993??) ero allo stadio di Torino per ascoltare l’unico concerto italiano dei Guns N’Roses. La sera prima Slash era stato male, ma veramente male, e il medico dell’albergo, che era corso a visitarlo, mi aveva detto: “Mai visto un tipo così sporco e drogato”. Sul palco poi si è capito perché: i Guns N’ Roses erano alla fine del loro percorso. Però mi sono sempre piaciuti e quindi li aspettavo con impazienza. Credo che canzoni come Sweet child o’ mine o Civil war o November rain abbiano un significato che va ben oltre alla posizione di classifica o alla quantità di copie vendute. Perciò ho aspettato il nuovo album dei Guns N’Roses senza neanche ascoltarne uno dei tanti spezzoni che circolavano su internet. Ho voluto sentirlo tutto in una volta, ad alto volume. E l’ho fatto l’altro giorno alla Universal. Evviva: sono nati i nuovi Guns N’Roses. Dunque: «Chinese democracy» toglie il fiato. È ridondante, ossessivo, maniacalmente perfetto. Sin da quando una tastiera barocca introduce la chitarra stile Scorpions del primo brano, «Chinese democracy», si capisce che questo è il disco pensato da una mente sola, quella di Axl Rose, ed eseguito da comprimari. Non è una band, non c’è neanche la traccia di una band: bassista e batterista sono senza lode, le tastiere sono scolastiche, i chitarristi sono cinque ma non hanno neanche un’anima. Sono bravi, per carità, e sanno suonare bene. Ma trasmettono poco, e questo forse è il limite più grande del disco. “Chinese democracy” è un progetto solista. Però è anche vero che, a parte «There was a time» e la conclusiva «Prostitute», tutti i brani hanno una costruzione complessa e vincente, spesso frastagliata (in «Better») o addirittura sconvolta dall’intreccio di tastiere e riff di chitarre (in «Catcher in the rye» come il titolo originale del «Giovane Holden» di Salinger). C’è ovunque un’atmosfera complessa, talvolta autoreferenziale ma in ogni caso quasi commovente: questo disco è costato quindici anni di lavoro e tredici milioni di dollari, quasi uno a brano (i titoli sono 14). Ci sono voluti ben cinque anni solo per mettere a posto i suoni di chitarre, tanto per dire. Insomma, è uno dei più colossali sforzi compositivi e creativi che siano stati fatti nella storia del rock, e di questo bisogna comunque rendere merito ad Axl Rose, 46 anni, in esilio da quindici. Però ne è valsa la pena? Intanto scordatevi l’immediatezza quasi punk di «Appetite for destruction» con quella belva di Welcome to the jungle o lo splendido riff di Sweet child o’ mine. E in «Chinese democracy» non ci sono neppure le fregole giovanilistiche di «Use your illusion I e II» che sapevano tanto di “vorrei ma non posso ancora”. Stavolta Axl Rose riassume il rock in quattordici canzoni, quello duro di «Scraped» e «Shackler’s revenge» (quest’ultima già nel videogame Rock band 2), quello un po’ funky della splendida «If the world», quello complesso di «Madagascar», epica come «Civil war» da «Use your illusion» (e ci sono anche le stesse voci di sottofondo, le troverete affiancate a quelle di Martin Luther King). E poi c’è la sua, quella di Axl, mixata clamorosamente in primo piano. Ha perso la brillantezza chirurgica dei vent’anni. E anche il nitore della pronuncia è meno esaltante. Ma Axl è ancora stellare, molto personale, quasi irraggiungibile in «Street of dreams» e solo le liriche troppo contorte lo frenano in «Ryad n’ the bedouins». In poche parole, è uno dei cantanti rock più riconoscibili, e anche più veri: in fondo lui è quello che canta. Qui non c’è finzione: questa è musica pazza, claustrofobica, esaltata. Ma in qualche brano raggiunge picchi di qualità che oggi è davvero difficile trovare. Alla fine un disco clamoroso, bello, da ascoltare tanto perché è stratificato, fascinoso. E, soprattutto, è molto superiore alle aspettative di tutti, anche a quelle dei fans più fedeli e meno disillusi.