In Gran Bretagna sono già delle rivelazioni, i magazine specializzati li hanno piazzati nelle classifiche di fine anno e su YouTube potete vedere/ascoltare un bel po’ di loro brani. Da noi usciranno a fine mese con il cd omonimo, adesso c’è un video (bruttino) di un bel brano, ‘Daddy’s gone’. Di sicuro i Glasvegas non sono uno di quei gruppi che si fanno notare per il look. Non se ne parla proprio. Il leader (chitarra e voce) James Allan è un ragazzone anonimo e un po’ cupo, Rab Allan è suo cugino, Paul Donoghue suona il basso senza farsi quasi vedere e la batterista Caroline colpisce solo perché sembra una dark dei tempi di Siouxsie. In realtà la band viene dalla Scozia, si è inventata un nome che mescola la loro nebbiosa realtà (Glasgow) con la fantasia colorata e peccaminosa (Las Vegas) e suona un rock corposo, essenziale, malinconico. Diciamo che mescolano Jerry Lee Lewis con Jesus and Mary Chain, il rockabilly con gli U2. Un po’ vago, d’accordo. Però se ci mettete un po’ dell’umidità scozzese, qualche birra (ma solo quelle bevute al banco, non quelle servite al tavolo) e tutta quella ruvidità che gli inglesi sanno mettere specialmente quando suonano in garage. Il New Musical Express (mica pizza e fichi) li ha definiti “la più grande nuova rock’n’roll band del mondo” e il loro scopritore, Alan McGee, lo stesso degli Oasis, ne dice cose favolose e mi associo anch’io. Ho sentito ‘Polmont on my mind’ e ‘Geraldine’ e secondo me valgono un ascolto. Anche due. Forse tre. E alla fine un bell’applauso.