E chissenefrega se il cantante Brian Johnson ha sessantun anni e una voce un po’ così: è vestito esattamente come ventinove anni fa quando è entrato nella band, canotta e berrettino neri, e le canzoni sono più o meno le stesse di sempre, una più una meno. Proprio così, signori, giovedì sera il concerto degli australiani Ac/Dc al MediolanumForum di Assago (replica sabato 21) è un rito rock che va avanti identico per la gioia di milioni di fans in tutto il mondo, una sorta di comunione collettiva che ha le sue procedure e guai a modificarle. Dunque: video iniziale (stavolta animato con un treno, visto che il primo brano è Rock’n’roll train, e molte allusioni goliardico sessuali), ingresso del chitarrista Angus Young nella mostruosa ovazione del pubblico dotato di gadget con corna fluorescenti rosse e vai con il rock. Duro, naturalmente. D’altronde Angus Young (qui in una foto al Forum) è uno dei migliori chitarristi di sempre e pure ora, che ha 53 anni, è vestito da scolaretto – pantaloncini e giacchetta con regolamentare chitarra Gibson nera a tracolla – ma pesta come un dannato e ce ne fossero, di musicisti così sinceri e virtuosi. In poco meno di due ore di musica, gli Ac/Dc (200 milioni di dischi venduti, il loro Back in black del 1980 da solo vale 42 milioni di copie) hanno snocciolato tutto quello che vogliono i loro fans, dal blues goliardico di The Jack al rock’n’roll pazzesco di Whole lotta Rosie passando per quattro brani del nuovo cd (tra i quali una splendida War machine) e ancora Dirty deeds, Tnt e naturalmente Hells bells con tanto di rintocchi di campane (quelle originali del disco furono registrate in un campanile del Leicestershire), facendo davvero tremare le mura del Forum. Piccolo particolare: il pubblico era entusiasta e, come dicono persino gli organizzatori, raramente si è visto un Forum così caldo e reattivo. Perché?? Perché la musica era ad altissimi livelli, punto e basta. Livelli emotivi. E livelli nostalgici. Basta vedere quando Angus fa il suo solito spogliarello oppure nei momenti in cui si lancia in qualche assolo, come quello strepitoso alla fine di Let There be rock: la gente impazzisce ma non come allo stadio. QUi c’è una sorta di empatia rarissima nei concerti e, in genere, negli spettacoli. Angus Young è lo show, come sempre. E pazienza se la band qualche volta perde i colpi e si arena nella monotonia di una sezione ritmica precisa ma mamma mia quanto prevedibile. In fondo ci pensa Angus Young a mandare avanti l’azienda, svisando e improvvisando da maestro (come in Shot down in flames) finché i soliti colpi di cannone di For those about to rock fanno finire come al solito il concerto. E allora il boato del pubblico ha allungato il riverbero del suono finché le luci non si sono spente e l’ennesima replica del rito è finita davvero (e peccato).