Allora è finito il primo atto. Gli U2 hanno finalmente debuttato al Nou Camp di Barcellona (io c’ero: spettacolare) ed è quindi iniziato il più grande tour rock dell’anno, roba che raccoglierà circa tre milioni di spettatori. La cronaca dello show è uscita su tutti i giornali e i siti del mondo ed è quindi inutile da riportare qui: palco stellare, più di due ore di concerto, Bono in gran forma e Larry Mullen incontenibile. Dopo, quando lo stadio si era ormai svuotato, la band ha riunito qualche amico in un hotel di Barcellona, e tutti, da Bono al manager Paul McGuinness, avevano sorrisi larghi così ed erano insomma molto soddisfatti. E hanno ragione. Gli U2 hanno eliminato tanti orpelli politici e sono tornati alla sostanza: grande rock, obiettivi chiari, poche parole e molte canzoni. Sia chiaro: Bono non è cambiato, si è semplicemente (forse anche su invito degli altri componenti) un po’ asciugato e ha ridotto i comizi che di solito teneva tra una canzone e l’altra. Certo, l’elemento spettacolare è sempre protagonista e del collegamento in diretta con gli astronauti della Internation Space Station hanno parlato tutti. Di The Claw pure: è uno dei palcoscenici più grandi di sempre, alto più di cinquanta metri, con lo schermo deformabile e una purezza di suono cristallina. Insomma, livello di suggestione altissimo. Quando ci sono questi eventi, le reazioni sono sempre due. La prima è di ammirazione, consenso e soddisfazione. La seconda è quella del tipo: non sono più i veri U2, troppo facile chiedere solidarietà per il Terzo Mondo e poi spendere più di cento milioni di dollari per un palco, un concerto così è solo da vedere e non da ascoltare. E via elencando. Credo che questa volta, più di tutte le altre, gli U2 siano riusciti a bilanciare tutto. Il palco è talmente grande che rende accogliente anche luoghi enormi come gli stadi. Non voglio esagerare, ma in certi momenti l’atmosfera era quella di un club. L’acustica è quasi perfetta, gli strumenti sono nitidi, ben caratterizzati e armonizzati. Il concerto è molto rock (a parte l’inserto quasi dance di I’ll go crazy e Vertigo) e asciutto nel senso che scorre via senza cali di tensione ripescando persino un brano come Ultraviolet che non c’era in scaletta da decenni. E la struttura circolare consente a quasi tutti di essere in prima fila (particolare da non trascurare). E poi c’è Bono, che scorrazza per tutto il tempo (nel caldo bestiale di Barcellona ha resistito senza togliersi neanche il giubbotto di pelle) ed è al suo meglio: conciso e concettoso, oltre che sorprendente nella voce come in Pride e Sunday bloody sunday. In poche parole, probabilmente se suonassero al Ronnie Scott di Londra, piccolo com’è, l’atmosfera sarebbe senz’altro più intima e suadente. Ma mai, nella mia vita, mi era capitato di sentirmi così vicino a una band dentro uno stadio. E questo, probabilmente, è il merito più grande di questo concerto. Bravissimi.