A qualcuno sembrerà la solita trovata demagogica che non serve a nulla. Qualcun altro ci riderà su. Ma l’idea di “Suonami, io sono tuo” va ben oltre il semplice divertimento: è l’espressione di una cultura che qui da noi in Italia non c’è ancora. Intanto spieghiamo: a Londra una onlus ha aiutato l’artista Luke Jerram a distribuire per tutta la città una trentina di pianoforti. Vecchi. Vecchissimi. Spesso rovinati. Ogni pianoforte era a “ingresso libero”. Uno arrivava, ci suonava qualcosa, magari si formava un piccolo assembramento di persone che ascoltavano, canticchiavano, proponevano altri brani. E’ stato un successo. Persino un quotidiano come il Guardian, di solito molto arzillo e scettico, ci ha dedicato un lungo articolo, tra l’altro pieno di commovente passione. Adesso l’iniziativa è finita e i pianoforti sono stati regalati a scuole locali e ad alcune comunità. Tutto bene. L’anno scorso Luke Jerram aveva sparpagliato i “suoi” pianoforti anche a San Paolo, a Sydney e pure nella gelida Birmingham, dove ben 140mila persone si sono fermate per suonare o ascoltare. Insomma, una bella idea. Perché non importarla anche qui da noi. A Milano. Oppure a Roma o in altre città. Forse ormai per quest’anno è troppo tardi. Ma per il prossimo si potrebbe, perché no?? “Suonami, io sono tuo”: non è soltanto u modo di ingannare il tempo. E’ anche la più elementare dimostrazione che la musica è un’arte nata per aggregare e ridurre le differenze. Sarà retorico ma perché non provarci??