Intanto Bono è una rockstar, non dimentichiamolo. E’ il suo ruolo, la sua passione, il motivo per cui è giustamente famoso in tutto il mondo come pochi altri. Oggi mi sono letto tutto d’un fiato (quindi sono quasi asfissiato) il lunghissimo resoconto su Repubblica di Roberto Saviano sul suo incontro con il cantante degli U2. Credo fossero nei dintorni di Pinerolo, nella villa che Bono ha preso in affitto per questi giorni prima del debutto del tour. Leggendo, e poi rileggendo, mi sono reso conto che quell’articolo così aulico, così commosso, così incentrato sulle decisive missioni umanitarie del cantante, sia alla fine un po’ riduttivo. Per noi che siamo suoi fans, e anche per lui. Voglio dire, Bono non è un capo di stato o un diplomatico. Bono è il cantante degli U2, è un cinquantenne che di mestiere scrive belle canzoni e poi le canta sul palco in giro per il mondo sfruttando tutti i trucchi e le malizie che servono per catalizzare l’attenzione del pubblico. E’ una rockstar, la più grande. Nel momento in cui si perde di vista questo suo aspetto, che è il più importante, si snatura Bono e gli si fa quasi un danno perché si mette in primo piano un aspetto che in realtà – giustamente, inevitabilmente – è secondario. Ciò che Bono fa di buono, lo fa anche grazie al suo ruolo di musicista, alla musica che compone e canta. Non possono essere due dimensioni totalmente distinte. Il reportage di Saviano mi ha fatto venire in mente (mutatis mutandis) quelle interviste che i grandi giornalisti facevano a De Gasperi quando era in vacanza in Trentino. O a Giovanni Paolo II in Val d’Aosta. O a Mandela nel suo eremo. Ehi, ma Bono è uno che fa rock. Anche io l’altro giorno sono stato a pranzo con lui e gli altri tre della band. Ero con altri quattro giornalisti (Marinella Venegoni, Mario Luzzatto Fegiz, Gino Castaldo e Andrea Spinelli) nel ristorante di Piero Chiambretti sotto a Superga, a Torino. Il Birilli, molto bello, si mangia benissimo e il personale è di una gentilezza rara. Bono ci ha detto più o meno le stesse cose che ha detto a Saviano, naturalmente in modo più veloce e sintetico. Ma ha parlato anche di musica e non avrebbe potuto essere diversamente. Quello che è, lo è grazie alla musica. Lo è grazie all’attesa che il pubblico dimostra verso la nuova canzone inedita che stasera suoneranno allo Stadio Olimpico di Torino (forse intitolata Glastonbury). Lo è perché gli U2 in trent’anni hanno venduto 160 milioni di dischi e hanno inciso canzoni come Sunday bloody sunday o Where the streets have no name o One che sono diventate inni generazionali e hanno trasportato il rock in un’altra dimensione. Ecco, nel pezzo di Saviano (nonostante qui e là ci siano pure riferimenti a questo aspetto) viene fuori un Bono maliziosamente schiacciato nel nostro contesto italiano, nella prospettiva morta e sepolta di chi considera brave e meritevoli solo le rockstar impegnate e invece cattive e criticabili quelle che fanno solo il loro lavoro. Ne viene fuori un santo, un missionario. Ecco, non credo sia giusto. Per lui. E per i suoi tifosi. Bono è un uomo di cinquant’anni che fa la rockstar e ha avuto la gigantesca intuizione di uscire dai vecchi schemi (rockstar impegnata = brava e benedetta dai giornalisti e dall’opinione publica; rockstar e basta = personaggio cinico e avido o vizioso) che erano limitativi per tutti. E ha deciso di fare la rockstar anche quando si dedica alla riduzione del debito dei paesi del Terzo Mondo o alla lotta all’Aids: senza schierarsi. Senza rimanere da una parte sola. In poche parole, cantare e impegnarsi per le proprie battaglie senza rientrare nelle vecchie dicotomie. Senza, cioè, cedere a chi lo tira per la giacchetta come ha fatto Saviano nel suo articolo. Bello per carità. Ma riduttivo. E non riconoscente verso il Bono che ho incontrato io e che milioni di persone nel mondo amano sul serio proprio perché ha saputo finalmente uscire da vecchi schemi così sterili.