Un’emozione, ma certo proprio un’emozione fortissima aveva quel giorno Johnny Cash, sabato 21 maggio 1955 – faceva calduccio, dicono – quando ha iniziato a trasmettere dal microfono della KWEM di Memphis, scalcagnata ma scicchissima radio che due anni prima aveva battezzato pure i primi balbettii di Elvis. Per dire, alla fine c’è uno spot che pubblicizza l’imminente show all’Overton Park Shell con Webb Pierce, Elvis appunto e naturalmente lui, il disc jockey. Bene, non ci crederete ma dentro Johnny Cash c’era il vero rock: duro, spigoloso, cattivo e umano. Ne ho scritto oggi sul Giornale, un articolo che mi ha esaltato. Era un signor nessuno, Johnny Cash, 23 anni, appena sposato con Vivian, introverso come i vecchi raccoglitori di cotone che aveva conosciuto da bambino, tutt’altra roba rispetto a quello che oggi tutti, da Bruce Springsteen in giù, definiscono «perhaps the american music icon», forse la vera icona della musica americana, più di Elvis, più di Woody Guthrie, più di chiunque altro. La sua emozione di quel giorno, lunga quindici minuti, apre From Memphis to Hollywood: Bootleg vol.2 che esce a febbraio per la Sony (bravi!!) poco prima di quello che sarebbe stato il 79esimo compleanno di quest’icona così definitiva da non esser ancora stata definita a fondo tanto è intessuta nel macramé americano, nel ricamo fittissimo che ha consegnato la tradizione al pop, amalgamando le razze come mai è avvenuto da nessun’altra parte, raccontando e depurando violenza, sangue, pregiudizi. In fondo, quasi per contrasto, c’è molto Johnny Cash nel furore del primo rap, molto anche nel grunge, molto insomma nella spina dorsale dell’attualità che oggi cantano quelli che potrebbero essere suoi nipoti e che magari neppure lo conoscono. La musica dopotutto è il traghetto del costume.
Un mesetto dopo aver parlato alla KWEM, Johnny Cash registrò il suo primo brano per la Sun Records, sostanzialmente la mecca del rock’n’roll e del rockabilly, e lo intitolò Cry, cry, cry, ossia tre volte piangi, perché le canzoni di Johnny Cash sono dure come il cuoio vecchio anche quando parlano d’amore, non hanno giri di parole ma neppure scarti isterici o tantomeno svolazzi sentimentali: sono come un battello del Mississippi, incrostate e forse rugginose ma stabili e salvifiche, spesso inattese come le parole di I just don’t care enough o He’ll be a friend, durissime accidenti. Nel primo cd di From Memphis to Hollywood si ascoltano insieme con altre dieci versioni «demo» mai pubblicate di brani capolavoro come I walk the line, Get rhythm o Rock’n’roll Ruby, tutte gracchianti, dai suoni miserabili e perciò vivissimi, disperati. In fondo Johnny Cash lo conoscono tutti, alla fine dei Sessanta lanciò il The Johnny Cash Show sulla Abc, ha inciso con Bob Dylan e gli U2, la sua vita è diventata anche un film, Walk the line – Quando l’amore brucia l’anima – che nel 2006 ha fruttato un Oscar alla protagonista Reese Witherspoon, che nel copione era la seconda moglie June Carter. Tutti hanno rovistato nella sua vitaccia, hanno esaltato la crudezza paradigmatica di Folsom prison blues («Ho sparato a un uomo a Reno solo per vederlo morire», mai più eseguita dopo il 1968), hanno romanzato la sua morte nel 2003 quattro mesi dopo la moglie, quattro mesi dopo esser rimasto davvero solo e davvero per la prima volta. La colonna sonora del loro amore, perlomeno la prima colonna sonora, è nel secondo cd di questo Bootleg vol.2, nei venticinque brani, molti dei quali finora mai pubblicati in questa versione come Six white horses o Come along and ride this train, che sono la fotografia dei suoi primi anni alla Columbia, il suo trasloco da Memphis per arrivare a Los Angeles (oggi non interessa più, ma una volta il passaggio di casa discografica era un segnale importante). Lì poi, a due passi da Hollywood, incontra il cinema e anche la tv, recita in Quattro tocchi di campana con Kirk Douglas, appare persino in un Tenente Colombo di fianco a Peter Falk, diventa il lato buio del western, canta Johnny Yuma Theme o Hardin’ wouldn’t run, preparandosi a un’oscurità dalla quale solo Rick Rubin, già lui, il più cattivo di tutti, lo tirò fuori nel 1994 con l’American recordings che è tra i cinquecento migliori album di tutti i tempi solo per obbligo di sintesi (Rolling Stone dixit) perché quasi tutto ciò che cantava questo piccolo uomo rugoso era la finestra migliore alla quale affacciarsi per vedere quanto fosse scura la realtà.