Vasco torna con un nuovo album, Vivere o niente. L’ho ascoltato, è bello, meglio del precedente (molto meglio). Ho parlato con lui e la sua nuova filosofia, per molti versi spicciola, è assai significativa se inserita nel percorso ultratrentennale di questo artista che meglio di tutti ha accompagnato almeno due generazioni di italiani con i propri limiti, con i propri pregi e con le proprie zone d’ombra. Bene, qui di seguito metto il pezzo che ho pubblicato sul Giornale. Intanto che lo leggete (sempre che lo leggiate) vorrei che tutti noi votassimo per il classico referendum che si scatena ogni volta che arriva Vasco: è ancora dalla nostra parte?? E’ ancora uno di noi?? Sia chiaro: lui è un grande che se fosse inglese o americano sarebbe uno degli “immortali”, e questo è il mio pensiero. Ma voi come lo sentite?? Godete ancora con la sua musica?? Vi sentite ancora nelle sue parole?? Una semplice riflessione, nessuna polemica. Giusto un piccolo omaggio a uno che comunque sa come accendere un Marshall e farlo vibrare per centomila persone. Ecco.

Qui intanto c’è il mio articolo intervista.

Neanche volendo, persino ora che si è tolto per sempre il berrettino e mostra una bella pelata da 59enne che se ne frega di tutto sì, Vasco Rossi riesce a starsene tranquillo. «Porca vacca, ne ho viste di tutti i colori, sembrava non dovessi neppure essere qui» esordisce quasi bofonchiando mentre presenta il suo nuovo cui ha appiccicato un titolo bellissimo, il vero riassunto dei suoi anni pazzeschi e pure di questi, gli ultimi dieci, da icona pop nel senso di Popper, tanto è impegnato con il suo spiccio e talvolta prevedibile razionalismo critico a dare un senso a una storia, la vita, che spesso un senso non ce l’ha o non gli basta: Vivere o niente. Bello no?? Come ha vissuto, lo sappiamo: spericolato e bla bla. Com’è ora, questo Vasco Rossi che al mondo non ce n’è un altro idolo così specchio del proprio paese, si capisce ascoltando un disco che è muscoloso, non imprevedibile, pieno di bei chitarroni qualche volta vintage e persino (bentornato) di sax, confezionato bene come al solito da Guido Elmi e gongolante di testi talvolta visionari (L’aquilone: è piena di poesia) talvolta trascurabili (Sei pazza di me non è memorabile) ma alla fine spesso feroci con versi cardine dai quali non si scappa. Tipo: «La vita che va e non va, al diavolo non si vende, si regala» (da Eh… già). Oppure «Le mie scuse ormai mi annoiano/ Il fatto più strano e illogico è che nonostante che lo so, continuo a far debiti con me» (da Vivere non è facile). In ogni caso, la cruna del nuovo cd di Vasco è il Manifesto della nuova umanità, un testo dentro il quale passa il Vasco Rossi più filosofico (filosofico?) di sempre. Occhio: filosofico perché è lui. Altrimenti sarebbe buon senso. Oppure scetticismo. Oppure, semplicemente, chiacchiere da bar. Papale papale («e detto con tutto il rispetto con chi non la pensa come me»): «L’uomo nuovo non crede più alle verità eterne ed è la scienza a dirci quali sono le verità fino a prova contraria. La fede è un’illusione. La vita non è un dono ma un caso. Il diavolo non esiste, il diavolo è una parte di noi, è il nostro lato oscuro». E allora Vasco Rossi sempre più vascocentrico da essere disilluso, solo, obbligato a dire che «il primo comandamento deve essere il patto che ciascuno di noi deve fare con le emozioni, che possono anche uccidere». In poche parole, «bisogna avere rispetto per se stessi, da lì nasce tutto. E io sono quello che tra tutti ne ha avuto meno». Alla fine, oltre al titolo e persino più di canzoni belle come Dici che o Non sei quella che eri, la copertina è proprio la fotografia della sua anima: il suo volto girato all’indietro, gli occhi che guardano preoccupati, una mano sul volante e l’altra pronta a ingranare la marcia: «Io sono sempre in fuga dai posti di blocco del conservatorismo, voglio tornare in clandestinità, che è la situazione dove devo vivere. Non voglio accontentare il potere e, se le mie parole danno fastidio, vuol dire che servono a scuotere le coscienze». Tanto che parla, Vasco Rossi fuma una sigaretta dietro l’altra. E scherza, talvolta, ad esempio quando, accennando a Non sei quella eri («Sai che cosa c’è, quelle come te, io non le sopporto soprattutto perché prima dici qui, poi volevi lì»), allude anche ai piccoli e perversi equilibri della vita di coppia: «Sono battibecchi che sublimano il sesso, poi le salti addosso e tutto finisce lì». Di fianco a lui, c’è Tullio Ferro, uno del clan, uno che scrive grande musica e che lo conquistò, quasi trent’anni fa, chiamandolo «il Baglioni del rock» e che ora lo accompagna scherzando sul viale di ricordi che qualche volta sono l’apriporta a un bel pessimismo. «No, io non sono pessimista, semplicemente penso sempre al peggio così mi preparo al meglio». Però poi aggiunge che «decido io quando la vita deve finire, ho diritto a scegliere di interrompere la mia vita» e quindi lascia capire che «Vivere o niente» e va bene, però i pensieri si spingono oltre, proprio là quando avrà «pensato di averne abbastanza e spegnerò l’interruttore». Alla fine, evviva: un Vasco pensieroso assai, dice cose che non te le aspetteresti, filtra più energia lui a quasi sessant’anni che tanti ventenni e poi evita persino la solita trappoletta su Berlusconi che tutti sfruttano per guadagnarsi un bel titolone: «Non è una punizione divina ma una realtà politica che esiste». E arrivederci a tutti, lui fa rock mica politica e il primo comizio, pardon concerto, sarà all’Heineken Jammin Festival dell’11 giugno e lì sì, sul palco, si deve vivere o niente.

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