“E un uomo quante volte può voltarsi e far finta di non avere visto??”. Bob Dylan ha cantato questo verso quasi ogni sera per circa cinquant’anni e quindi si presume che ci creda fino in fondo. E’ un verso centrale di Blowin in the wind del 1962, uno dei suoi pezzi manifesto, uno dei pezzi che hanno trascinato le proteste, le indignazioni, le polemiche e i successi di quanti in questi decenni hanno lottato e manifestato per i motivi più diversi, talvolta utopici, spesso onorevoli. Grazie a brani come questi, Bob Dylan è diventato un’icona, ha guadagnato molto, non solo denaro ma anche credibilità e riconoscenza e persino un premio Pulitzer. Bene. In questi giorni ha cantato per la prima volta in Cina, prima a Pechino e poi a Shangai. Ha cantato, lui che in Billy the Kid del 1973 puntava giustamente il dito contro le “ronde” che avevano inseguito Billy per tutto il New Mexico, lui che si battè per la revisione della condanna del pugile nero Rubin Carter dopo 22 anni di ingiusta detenzione, lui che in Talkin New York invoca la giustizia sociale in ogni metropoli, lui che denuncia la giustizia forte con i deboli e debole con i forti nelle parole di The lonesome death of Hattie Carrol del 1963, bene lui ha fatto i suoi concerti in Cina, uno dei posti dove i diritti umani sono violati con più angosciante e silenziosa insistenza, senza dire una parola. Zero. Neppure mezza. Ha cantato lì come al Forum di Assago o alla O2 Arena o alla Carnegie Hall, stravolgendo gli arrangiamenti e lasciando confusi quei pochi cinesi che lo conoscevano (duemila biglietti su cinquemila sono stati dati dal regime a spettatori “fidati”) ma che non riconoscevano la sua voce così spaventosamente roca. E’ salito sul palco, ha fatto il suo concerto, non ha speso un aggettivo, neanche uno, neanche appena velato o sottinteso, per esprimere solidarietà o quantomeno vicinanza emotiva a chi in Cina viene trattato come uno schiavo o una schiava o peggio, per chi lavora senza lo straccio di un diritto, per chi viene condannato a morte sapendo che poi lo stato venderà i suoi organi incassandone il pagamento come risarcimento delle spese di detenzione. Anzi, evidentemente su richiesta del regime cinese che così gli ha assicurato il pagamento del cachet, non ha neanche eseguito due dei suoi più famosi cavalli di battaglia, quelli sui quali più fortemente si è basato l’applauso di tre generazioni: “The Times They Are A-Changin'” e “Blowin’in the Wind”. Certo, la situazione non era facile e senz’altro il rischio maggiore era quello di creare incidenti. Però insomma. Finché i Rolling Stones o Elton John (per citare le ultime superstar che sono passate di là) vanno in Cina a fare il loro mestiere, tutto va bene. Ma se ci va un simbolo ben più che musicale, un simbolo sociale e politico multigenerazionale, forse il semplice compitino non basta. Insomma, un Bob Dylan diverso da quello che tanti si sarebbero aspettato e sicuramente diverso da quello che tanti hanno venerato. Forse, vien da dire, è facile protestare dove tutto sommato nessuno te lo impedisce davvero. Molto più difficile, invece, indignarsi dove ci sarebbe davvero da farlo. E allora diciamo che stavolta Bob Dylan si è “voltato e ha fatto finta di non aver visto” (e badate bene, la politica non c’entra proprio, è che mi dispiace proprio vederlo fare concerti con lo stesso spirito dei Cugini di Campagna: ho sempre pensato che fosse non meglio o peggio: semplicemente diverso).

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