Intanto lasciamo perdere l’esito del programma di Sgarbi, che Raiuno ha cancellato subito dopo la prima puntata visto l’esito deludente degli ascolti: quasi la metà di Chi l’ha visto, per capirci. No, non parliamo di tv. Qui parliamo di musica e musicisti. E ieri sera sono rimasto impressionato da una definizione che Vittorio Sgarbi ha elargito a Morgan tanto che lo presentava in scena (già, quel Morgan cacciato un anno fa sempre dalla Rai in quanto pericoloso drogato). Lo ha battezzato più o meno “il Caravaggio del nostro pop”. Intanto che auguravo a Morgan di non fare la stessa fine del pittore, mi sono detto: ma io di Caravaggio ricordo quasi tutti i quadri. Di Morgan ricordo poche o pochissime canzoni e ancora meno credo se ne ricorderanno tra cinque secoli. Caravaggio non esibiva (badate bene: non esibiva) una cultura enciclopedica sulla pittura come invece Morgan fa di continuo sulla musica pop (ormai fa solo quello). E anche artisticamente, sono assai diversi: Caravaggio forte e quasi violento nel tratto, impressionante nei flussi di luce e nelle espressioni dei volti. Morgan più lieve, talvolta etereo, introverso e non esplosivo, per nulla muscolare. A unirli c’è semmai il tratto disperato di una parte delle loro esistenze. E basta. Perciò ho trovato il paragone scentrato e pretestuoso. Per carità, succede: in una trasmissione televisiva in diretta possono scappare frasi, parole, e definizioni fuori campo. Però dopo aver fatto questi pensieri, ho realizzato che la definizione di Sgarbi ha una sola potenziale vittima: lo stesso Morgan, che bisognerebbe aiutare ad uscire dal suo tremendo e devastante solipsismo invece che gonfiarlo ancora e sempre più.

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