Ma ancora queste fesserie qui?? Lunedì è uscito sul Corriere della Sera un articolo di Francesco Alberoni sul legame tra rock e droga. Lì per lì sono rimasto stordito. Ho pensato a uno sbaglio. Poi no, tutto vero. Per Alberoni, tra l’altro ben noto per le sue profonde conoscenze musicali, il rock è “espressione di esperienze parossistiche possibili solo con la droga. E anche chi ascolta questa musica in concerto o in discoteca, spesso, per viverla, deve fare lo stesso”. Allucinante, è il caso di dirlo. Siamo nel 2011 ma questo articolo potrebbe essere del 1971. Solo che allora erano molti i cantanti, i musicisti e gli intellettuali che più o meno collegavano il rock alla droga. Oggi è rimasto solo Alberoni, che non fa parte di nessuna delle tre categorie.
Complimenti.
Naturalmente, è stato ispirato dalla morte di Amy Winehouse che, come tutti sanno, con il rock c’entra poco o nulla. Oltretutto, come mi ha segnalato il bravo Luca, Alberoni ha rinnovato la tesi, caricando ancora la dose, anche al Morning Show di Emilio Pappagallo su Radio Rock 106.6 aggiungendo banalità come “dubito che nell’Ottocento si andasse ai concerti a La Scala bevendo vino perché quella musica era più legata a sentimenti ed emozioni languide e bellicose. Ma ora le cose sono cambiate anche a causa della diffusione di alcuni stupefacenti”. Nel mio piccolo, non riesco a trovare le parole per ribattere a tanta superficialità e qualsiasi invettiva non può che essere attutita dalla compassione. Mi viene in mente che Beethoven e Musorgskij e Bach erano alcolizzati, come Mozart e Sibelius erano grandi bevitori. Per dire, Joseph Haydn riceveva circa almeno 500 litri di vino all’anno dalla famiglia Esterházy, e non li regalava certo. Alla Scala, nell’Ottocento, dietro ai palchi c’erano piccole cucine dove i servitori preparavano la cena ai nobili in attesa dello spettacolo. E il vino correva, anzi scorreva con un’abbondanza che non è difficile immaginare. Infine, sempre per spulciare tra le migliaia di esempi a riguardo, Berlioz scrisse la Sinfonia Fantastica dopo aver fumato una grande quantità di oppio e, pensate, nel 1830 il rock non era ancora stato inventato.
Dopo aver letto l’articolo di Alberoni, ho pensato che ci sono parecchi tipi di stupidaggini. Quelle divertenti. Quelle folli. Quelle offensive. E quelle dannose come questa. L’equazione tra rock e droga è dannosa e autoassolutoria, se non altro perché non ci vuole un genio per capire che, proporzionalmente, c’è sempre stata più cocaina (o ketamina o eroina o quello che volete) a Wall Street che a un concerto dei Coldplay. E, sempre in proporzione, ci sono stati più morti per droga a Wall Street che nell’intera storia del rock. Il discorso quindi non regge. Oltretutto, la droga, i devastanti effetti della droga si rovesciano su tutte le arti, mica solo sul rock, come peraltro dimostrano la storia del cinema, della letteratura, della pittura. La droga c’è da sempre, ha sempre accompagnato gli eventi dell’umanità, persino i più decisivi e fondamentali, ma lo ha sempre fatto di nascosto, protetta dal pudore o dal servilismo di storici e cronisti.
Far finta che non sia così è follia. Far finta che la droga sia colpa del rock è una bestialità che ha pochi precedenti. “Su sul Monte Sinai, Mosè era sotto l’effetto di droghe psichedeliche quando udì Dio trasmettergli i 10 Comandamenti” ha affermato Benny Shanon, che è un professore di psicologia cognitiva alla Hebrew University di Gerusalemme, mica un fan cocainomane dei Rolling Stones.
Magari negli anni Sessanta e Settanta no. Ma oggi tutti gli artisti sanno che la droga non aiuta a essere più ispirati né a scrivere canzoni migliori. Tutti sanno, per esempio, che quando è morto in una vasca da bagno a Parigi, Jim Morrison aveva perso da un bel pezzo, proprio a causa della droga, l’ispirazione dei bei tempi. L’epica della droga, l’allure mitizzante che ha avvolto l’uso di stupefacenti in campo musicale è finita da un pezzo, diciamo almeno vent’anni. E la maggior parte di chi oggi fa uso di droga non sa neppure che cosa sia il rock o se lo è dimenticato. Perciò gli articoli come quello di Alberoni sono dannosi. Confermano, o addirittura creano, falsi pregiudizi, pericolosi soprattutto per i ragazzi più indifesi. E squalificano chi li scrive. Ma proprio tanto.

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