Ma no, lui non cambia, cosa gli importa, dopotutto è il (pen)ultimo dei mohicani: un virtuoso della chitarra, sostanzialmente una rarità. Oggi i virtuosi sono in via di estinzione come i cocchieri quando Henry Ford lanciò la Ford T perché il futuro parla chiaro: più digitale e meno dita (sulle corde della chitarra). «Però io adesso suono meglio di prima», annuncia orgoglioso. Lui, che è cresciuto a lezione da Jimmy Page e Joe Perry e Michael Schenker, ha il tocco magico nel suono e nello stile. Perciò, anche se non sfoggia la sua solita tuba e neppure le Gauloises che fumava quand’era testimonial degli eccessi, Slash lo riconosci subito: zazzera riccioluta e sorrisone panoramico. Cento milioni di copie vendute con i Guns N’Roses. Assoli storici come in Sweet child o’ mine e November rain. Collaborazioni con tutti, da Michael Jackson a Rihanna. Concerti ovunque da quasi trent’anni (sarà al Gods Of Metal il 23 giugno). Insomma ora Slash è un brand: basta il nome. Forse per questo incontra i giornalisti come fossero esattori delle tasse. Si deve per contratto ma, se si potesse, anche no. In fondo, lui parla con la musica e, a partire dal titolo e dalla copertina, il nuovo cd Apocalyptic love in uscita a fine maggio è un giuramento di fedeltà stile West Point: rock duro per sempre. Non c’è Axl Rose a cantare con lui perché ormai per carità. Ma Myles Kennedy ne ricorda timbro e vezzi. E alla fine dell’ultima canzone (preascolto a brandelli anche su amazon.com) si capisce che dal primo disco dei Guns N’Roses nel 1987, il bolide Appetite for destruction da trenta milioni di copie, il mondo è cambiato ma lui no, figurarsi.

Però, caro Slash, a 47 anni qualche aggiustamento lo avrà fatto oppure niente?
«In realtà vivo ancora in questo circo pazzesco che è il rock. Ma adesso con me porto spesso mia moglie e i miei due figli».

Anche la sua chitarra pare rimasta sugli stessi binari.
«Il mio approccio è cambiato pochissimo. Arrivo sul palco, attacco la chitarra e la suono».

In generale ultimamente il mondo della chitarra sembra senza benzina.
«Dipende da cosa intendi. Il virtuosismo fine a se stesso, quello di chi aggiunge tante note inutili solo per il piacere di farsi ascoltare da altri chitarristi, non fa parte del mio mondo. Io cerco di aggiungere altre cose, altre sensazioni».

Un Guitar Hero. Come il videogioco che si è ispirato a lei (nella terza edizione).
«Mi è piaciuto molto lavorare con la Activision per prepararlo. Ma quando è uscito, ho smesso di interessarmene. E di giocarci».

In fondo la copertina di Apocalyptic love è da videogioco: il bene contro il male, una chitarra, i serpenti, un cilindro.
«Mancano le macchine e poi ci sarebbe tutto il mio orizzonte».

I Guns N’Roses fanno per forza parte del suo orizzonte. A proposito: il vocal coach di Tom Cruise per il nuovo film musical Rock of ages è lo stesso di Axl Rose.
«E so che avevano anche chiesto un pezzo dei Guns N’Roses da mettere in scaletta».

Ma non c’è. Però i Guns N’Roses sono appena entrati nella Hall of Fame. E ad Axl Rose non andava bene neppure quello.
«Di lui non parlo. Così mi risparmio un sacco di preoccupazioni».

Lei ha accettato di farsi premiare dalla Hall of Fame. Axl no.
«Prima ero molto teso. Ma poi si è rivelata una bella esperienza. Vista la situazione, abbiamo reclutato Myles Kennedy proprio la mattina stessa. L’ho deciso io».

È un tipo affidabile, oltre che paziente. Ha accettato anche che lei registrasse il nuovo disco quasi isolato dagli altri. Nella cosiddetta «Slash box».
«È stata un’idea del nostro produttore. Ha fatto costruire una piccola stanza insonorizzata dentro lo studio dove suonavano gli altri. Sostanzialmente ho registrato quasi tutte le parti dal vivo».

La sindrome del chitarrista solitario.
«E non ho neanche un cantante in particolare con il quale vorrei collaborare. O forse sono troppi quelli con cui vorrei farlo».

Ha suonato anche per Vasco Rossi in Gioca con me da Il mondo che vorrei.
«Mai incontrato. Però gli ho parlato per telefono (e giocosamente ne imita la voce – ndr). Se la cava bene con l’inglese».

Slash, quando presentò il suo disco Slash’s Snakepit disse che la politica non le interessava.
«E difatti in pubblico non ne parlo mai. Però stavolta faccio un’eccezione e dico che voterò per Obama. Anzi, se dovessi scegliere, suonerei anche per lui».

A Obama piace il soul.
«E a me il rock e il blues. Anche se non sembra, in questo disco ci sono molte influenze blues. Da lì sono partito e lì rimango, dopotutto».

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