Senza giri di parole, per chi ama il rock questo programma è una goduria. Da mercoledì sei febbraio su Sky Arte (dalle 21.10, canale 130 e 400) partiranno le undici puntate del The Ronnie Wood Show: roba che in Italia neppure se la sognano. In sostanza è un incontro al vertice del rock vecchio stile. Il chitarrista dei Rolling Stones intervista, chitarra alla mano, tante superstar del rock, da Slash di Guns N’Roses a Mick Hucknall di Simply Red, e non lo fa da giornalista alla ricerca dello scoop: lo fa da collega. E molto spesso suona, improvvisa, divaga sui temi delle canzoni che trasmette come Long shot kick the bucket dei Pioneers. L’ideale per chi è appassionato di musica: e difatti questo show diventerà una autentica miniera per chiunque in futuro scriverà di rock. D’altronde se Paul McCartney dei Beatles (nell’ultima puntata) confessa a Ronnie Wood dei Rolling Stones che «pare che io sia entrato nei Beatles grazie alla versione di Twenty flight rock di Eddie Cochran che una sera ho suonato davanti a John Lennon alla festa paesana di Woolton» significa che questo show in qualche modo entrerà nella storia. Intanto spieghiamo: Ron Wood suona negli stadi da prima che Eminem nascesse, era nel Jeff Beck Group e poi nei Faces con Rod Stewart e dopo è stato cooptato nei Rolling Stones come unico musicista capace di arginare la distruttiva creatività di Keith Richards, insomma una leggenda. Poi, certo, ha avuto i suoi deragliamenti: alcolismo, violenze, matrimoni sbagliati. Però, per comprendere il significato del rock primordiale basta seguire la puntata che andrà in onda mercoledì. Ronnie Wood incontra Alice Cooper e, quando inizia a parlare di com’era Detroit tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70, si sente rispondere: «I Faces erano i più grandi distruttori di stanze d’albergo in circolazione (…).
In una sera nello stesso club suonavano Iggy & The Stooges (con Iggy ricoperto di burro d’arachidi che tutto il pubblico gli leccava sulla pelle), gli Mc5 e Alice Cooper: tutto a quattro dollari». In un certo senso, è il senso del rock anni Settanta. Dopodiché, Ronnie Wood fa trasmettere Feed my Frankenstein, brano dall’album Hey stoopid del 1991 di Alice Cooper, che dice: «Mi avevano detto: per l’assolo di chitarra scegli tra Steve Vai e Joe Satriani. E io ho risposto: perché non scegliere tutti e due?». Così è stato: e quella canzone è uno dei suoi capolavori che tuttora «canto dal vivo in ogni parte del mondo». Alla fine questo è il significato di un programma che avrà un indice di ascolto sulla carta molto esiguo ma estremamente significativo sulle pagine della storia del rock. Perciò nel momento in cui Slash si esalta suonando la propria chitarra, Bobby Gillespie dei Primal Scream indugia sulle proprie influenze a metà tra Ray Charles e Velvet Underground o Mick Hucknall conferma di aver gusti a metà tra Janis Joplin e il poco conosciuto (qui in Italia) Gregory Isaacs, ecco tutto ciò vuol dire che il programma ha un valore enciclopedico che pochi altri hanno. Di certo a fare la differenza è il conduttore, coperto di rughe e di precedenti penali, quasi sempre impastato (si presume) dall’eccesso di alcol e quindi dalla rockitudine che è prescritta dal regolamento delle rockstar vecchio stile. Però, quando incontra leggende con Kelly Jones o Mark Ronson (produttore di Amy Winehouse), il rugoso Ronnie Wood mette al servizio della televisione il proprio know how: nessuna retorica, niente servilismi. In fondo l’intervistatore è una delle rockstar più esagerate del Novecento: e gli intervistati ne hanno spesso, come Pattie Bloyd o Ian McLagan, una sorta di candido, commovente timore reverenziale. E alla fine, in tutta quest’alluvione retorica che è la musica in tv, il Ronnie Wood Show è un timido esempio di come dovrebbe essere la musica spiegata sul piccolo schermo: con autorevolezza e pochi superlativi. Chi ha suonato o composto i capolavori non ha bisogno di superlativi. Basta solo che ne parli. Come l’ex (drogato, alcolizzato) Ronnie Wood, di professione chitarrista e mito del rock.

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