Altrimenti manco l’avrebbe pubblicato. Album favoloso. Dopotutto se dopo dieci anni di vacanza vuoi «salire» di nuovo al rock, e per di più ti chiami David Bowie, non puoi sbagliare.
Non ha sbagliato, infatti.
The next day è uno dei migliori dischi della vita di Bowie, senz’altro il suo migliore in trent’anni. Ed è il più bel ritorno della storia del rock, peraltro piena di ritorni ben poco storici. Al musicofilo hipster non piacerà senz’altro, perché Bowie ormai lo conosce anche la casalinga di Voghera e non è abbastanza underground. All’ascoltatore gggiovane neppure, perché crede che a sessantasei anni si sia buoni solo per portare i nipotini ai giardinetti e mica per fare un grande album. Ma a chi ama il rock senza se e senza ma The next day non potrà che piacere. Bowie non delude. Lui, che ha lavorato con Tony Visconti suo produttore sin dagli anni ’70, ha (ri)chiamato musicisti superlativi come il batterista Zachary Alford, i chitarristi Gerry Leonard ed Earl Slick e l’agilissima Gail Anne Dorsey al basso per mettere in piedi un’opera complessa, zeppa di rimandi e allusioni e di così tante citazioni (dal tiranno medievale di The next day fino al Kennedy di Set the world on fire) da creare un origami autobiografico che si può decifrare già dalla copertina. Guardatela: è una rielaborazione di quella del disco “Heroes” del 1977 con un quadrato bianco a coprire il volto di quello che, appunto, chiamano il Duca Bianco. Questa copertina vuol dire qualunque cosa: Bowie è un quadrato vuoto che in quasi mezzo secolo di carriera si è riempito e svuotato, assorbendo e filtrando, trasformando in arte semplici refoli musicali o immani pulsioni creative e diventando perciò tutto e il suo contrario. In Dirty boys ci sono un sax baritono e una chitarra passionale che rendono l’atmosfera di un club quando la notte sgocciola nell’alba. Anche I’d rather be high, che sarà difficilissimo cantare dal vivo, ha una vaghezza jazz e una chitarra sinuosa. E nel funky mozzafiato di Dancing out in space, che per forza diventerà un singolo, Bowie si fa un giretto ai tempi della Motown vista a modo suo.
In fondo questo disco è l’enciclopedia dei suoi gusti. Ha impiegato un anno e mezzo, quasi due, a registrarlo nel più rigido dei segreti. Pensate, molti credevano si fosse ritirato per sempre o che stesse addirittura morendo. E invece lui incideva, e il primo brano registrato è stato Valentine’s day con una aggressiva chitarra crescente. Poi l’annuncio a bruciapelo, a gennaio: uscirà un nuovo disco e il primo singolo è Where are we now, molto berlinese, molto malinconico. Poi ancora The stars (are out tonight) con un video che è un mini film quasi horror con la quasi gemella Tilda Swinton. Ora tutto il disco in uscita il dodici marzo, quattordici brani che, come accade sempre più raramente ormai, sono da sfogliare, centellinare, magari anche lasciar decantare. Ovvio, la sua voce, la voce di David Bowie classe 1947, non è più quella là, anzi. In Boss of me e in Heat diventa più sottile, quasi incerta, comunque inquietante. Ecco, inquietante è la sensazione che lascia anche (You will) Set the world on fire, che ha un riff di chitarra molto rock inglese anni Sessanta e un po’ T Rex prima metà anni ’70, e che racconta quello che allora agitava questo ragazzo londinese, una volta rock poi glam poi soul e persino kraut rock: la voglia di diventare famoso, anzi di essere «l’Elvis Presley inglese». È diventato altro e fortunato chi riesce a infilarlo in una casella precisa. Ad esempio, Love is lost ha una linea di basso e batteria clamorosamente anni ’80 e sprigiona un’intensità folle, specialmente nel verso ripetuto più e più volte in una climax mozzafiato: «What have you done», che cosa hai fatto. Bowie ha fatto un capolavoro, ecco, parola sempre più rara in campo rock. E adesso gli tocca di godersi questo trionfo. Magari farà qualche apparizione dal vivo in qualche mega festival come il californiano Coachella, dove era dato per certo. Oppure se ne starà placido e beato nella sua New York, dove un paio di volte è stato paparazzato con un look ben poco da rockstar. Se aveva bisogno di un recall della sua popolarità, ha fatto la scelta giusta visto che solo nel brano The next day ci sono tutti i Bowie di sempre, lo Ziggy Stardust, il profugo berlinese, l’amico di Iggy Pop e Lou Reed, il visionario glamorous. E se voleva un epitaffio, l’ha scritto perfetto in Heat: «Sono un profeta, ma sono anche un traditore». In tutti questi anni, la profezia che gli è venuta meglio è che il traditore perfetto è chi cambia sempre per rimanere uguale. Come lui, in fondo.

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Il ritorno perfetto di David Bowie, 4.3 out of 5 based on 15 ratings
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