In fondo il rock più libero nasce così: per caso. Prendete questo disco degli Atoms for Peace, la chicca del momento, un supergruppo davvero super che però sta in bilico tra stardom e nicchia, tra grande stampa e pubblico per forza meno grande. Si intitola Amok e ha già fatto il pieno di voti. Quasi tutti i migliori critici, da quelli di Rolling Stone Usa fino ai nostri di Rockol, gli garantiscono all’incirca un 9, roba da beatificazione seduta stante. E non c’entra che la band sia nata intorno a Thom Yorke dei Radiohead (nella foto), praticamente il messia del rock vergine, ossia quello libero da contaminazioni commerciali. E così lui canta: come preso da un demone, senza neppure pensare di essere ascoltato. Libero. Persino troppo. E il disco è proprio bello, seppur talvolta claustrofobico sin da quando una chitarrina ossessiva scandisce il riff dell’iniziale Before your very eyes e poi sprofonda in un synth liquido e inquietante.
Gli Atoms for Peace (citazione dal discorso di Eisenhower all’Onu nel 1953) sono nati alla fine del 2009, quando Thom Yorke ha raccolto una band per suonare dal vivo le canzoni di Eraser, il suo disco solista. Mica aveva scelto quaquaraquà di passaggio. Flea al basso, praticamente l’anima dei Red Hot Chili Peppers. Alle tastiere Nigel Goldrich (produttore di Radiohead ma anche di McCartney e U2). Poi il brasiliano Mauro Refosco alle percussioni. E infine il mancino Joey Waronker, che tutti ricordano come il batterista degli ultimi Rem ma che in realtà ha suonato anche con Leonard Cohen, Johnny Cash e Doobie Brothers. Li vedremo insieme nelle due date italiane annunciate proprio ieri: il 16 luglio a Roma e il 17 a Milano. Arriveranno ben rodati. Ma quando, allora, iniziarono a provare i brani di The eraser, erano spaesati. Poi però hanno capito che c’era altro. Più feeling. Più voglia. E si sono isolati per tre giorni in uno studio di Los Angeles registrando quanto si ascolta in Amok: sostanzialmente una session molto omogenea, piena di intuizioni qualche volta mal sviluppate come l’epico attacco di Ingenue che poi si squaglia quasi anonimamente. Però tutto il disco è riconoscibile, assai omogeneo e però sedimentato. D’altronde Thom Yorke, che non è certo un tipo frettoloso, ha tenuto ferme le registrazioni per quasi tre anni, giusto il tempo di distaccarsene e poi valutarle con più obiettività.
E allora l’incalzante Stuck together pieces, che è squassata dalle corde del basso di Flea, oppure l’incrocio sottile di chitarra e percussioni in Reverse running, rendono bene l’ossimoro dell’improvvisazione ragionata. E ci vuol poco a immaginarseli in una cantina, quei cinque, con le luci soffuse e gli strumenti in cuffia, scambiandosi sguardi d’intesa manco fossero carbonari durante una cospirazione. È questo tipo di rock, signori: coraggioso e compiaciuto. Certo, è diverso per tecnologia da quello che si suonava quarant’anni fa ma simile dopotutto nello spirito: musicisti padroni del proprio strumento che si mettono al servizio di una canzone. E se gli oltre cinque minuti della title track Amok sembrano un sogno, meglio un incubo, i cori angoscianti di Judge, Jury and executioner sono americanissimi e anche la voce di Yorke prende quasi un accento west coast anni Settanta. Nove brani in tutto. E libertà per tutto. Già. Da quando i Radiohead hanno capitalizzato gli anni con la Emi per diventare altro, la più alternativa delle major band oppure la più major delle indipendenti, si sono trasformati in un delta di idee. Talvolta dispersive. Talvolta, come in Amok, più centrate. E mentre Thom Yorke si evolve (anche fisicamente: ormai non è più il rockettaro oxfordiano di Kid A ma quasi un Neil Young più spettrale), tutto il resto gli gira intorno. E qui un basso vecchio stile come quello di Flea fa da perno a melodie ed elettronica minimale che si inseguono l’un l’altra come nuvole nel blu di un cielo in tempesta. Furioso e dolce, infine.

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Il bello di essere Atoms For Peace, 4.6 out of 5 based on 5 ratings
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