Forse arrivano da un altro mondo. Vestiti molto nerd (e assai vintage). Pochi sorrisi. Nessuno slogan salvo un riassuntivo «siamo autonomi e ci piace la musica piuttosto triste». I Black Keys sono due extraterrestri pressoché trentacinquenni nati alla periferia del rock (Akron, nell’Ohio più sperduto) ma ormai al centro delle classifiche (e il nuovo cd Turn blue, in uscita il 13 maggio, debutterà ovunque al numero uno). Uno chitarrista cantante, Dan Auerbach. L’altro batterista poderoso e vagamente somigliante al giovane Jerry Lewis, cioè Pat Carney. Tutto qui (gli altri musicisti arrivano solo per il tour o per le sedute di registrazione). Il disco precedente, El Camino, li ha lanciati. Quello di oggi li consolida, ed è più riflessivo, psichedelico, umbratile, dilatato e comunque molto diverso. Più Pink Floyd che Led Zeppelin. D’altronde siamo in un’altra epoca, obbligata alla novità perenne. Però a loro viene bene e ieri, tanto che andavano da Fazio a Che tempo che fa per suonare il singolo Fever, hanno spiegato qualcosina in più del nuovo disco. Ma giusto poco poco perché i due, si sa, sono di poche parole, talvolta pochissime.

Almeno, cari Black Keys, spiegate qual è la novità di questo disco.
«Ogni volta ci piace registrare qualcosa di diverso rispetto a prima. Stavolta abbiamo ascoltato molto Bowie e Pink Floyd e Beatles nelle nostre canzoni c’è la lentezza del disco Brothers (2010 – ndr) unita alla melodia di El Camino (2011 – ndr)».

Ma perché?
«Prima volevamo brani veloci da suonare negli stadi davanti anche a chi magari non ci conosceva, specialmente negli States. A questo giro ci siamo dedicati più agli arrangiamenti e alla composizione».

Insomma una scelta legata a necessità commerciali.
«No, da dodici anni, ossia da quando siamo una band, decidiamo tutto da soli».

Il titolo Turn blue (tendere al blu, dove il blu sta genericamente per tristezza) è molto allusivo.
«È riferito a un personaggio tv di un late night show negli anni ’60 dalle nostre parti. Si chiamava Ghoulardi e “turn blue” era una delle sue frasi preferite. Ma in realtà pochi lo conoscono fuori dall’Ohio e quindi ciascuno può dare al titolo il significato che vuole».

In My my hey hey, Neil Young cantava «out of the blue into the black»: fuori dalla tristezza dentro la depressione. Droga e male di vivere intrecciano la musica dei Black Keys?
(Dan Auerbach) «Questo disco è senza dubbio nato in uno dei periodi più brutti della mia vita, mentre stavo divorziando. Ho vissuto per sei mesi da solo in un monolocale con mio figlio piccolo. Comunque mi è sempre piaciuta la musica un po’ triste».
(Pat Carney) «Di certo non consiglierei a un ragazzino di iniziare a drogarsi».

In ogni caso il vostro è un disco profondamente rock e per di più incentrato sulla chitarra, uno strumento ormai quasi desaparecido.
«Per fortuna a scomparire è stato il virtuosismo sterile e fine a se stesso. Ma è anche vero che ormai, grazie alla tecnologia, uno può scegliersi il suono di chitarra che vuole. A qualcuno può sembrare un’involuzione, ma noi consiglieremmo a tutti di seguirla, così il nostro suono rimane unico». (ridono – ndr.)

Questo disco è prodotto anche da Danger Mouse e in Year in review c’è addirittura il campionamento di “Star” una canzone di Nico Fidenco dal film La ragazzina del 1974.
«È stata la prima volta che abbiamo usato un campionamento, ce l’ha consigliato Danger Mouse e abbiamo pure dovuto chiedere l’autorizzazione all’etichetta. Ma di italiano conosciamo anche i Goblin, ce li ha consigliati qualche amico strafatto di Akron».

A proposito, divedere tutto in due, come fate voi, non crea problemi dopo tanti anni di convivenza?
«In realtà discutiamo sempre ma non litighiamo quasi mai. Dopotutto, la musica è l’unica cosa che ci resta da fare. In tutto il resto abbiamo fallito senz’appello. Avevamo persino provato a lavorare come giardinieri, ma ci hanno licenziato pure lì».

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