No, non è un caso. Proprio qui, proprio all’Olympia di Aznavour e della Piaf, di Hallyday e dei Beatles, Jimmy Page ha voluto presentare i primi suoni inediti dei Led Zeppelin da trentadue anni. «All’Olympia abbiamo registrato il nostro primo show», dice quasi intimidito dai ricordi (e difatti non parlerà né delle accuse di plagio a Stairway to heaven né, come sempre, di una possibile reunion della band). Tanto Robert Plant e John Paul Jones stasera manco ci sono, quindi no problem. Dieci ottobre 1969: i Led Zeppelin hanno venduto 300 milioni di dischi ma allora erano ancora virgulti del rock quando suonarono qui, su questo stesso palco identico, un concerto clamoroso, fradicio di entusiasmo già dalla prima nota e con un medley di Good times bad times e Communication breakdown che per molti è uno dei picchi sublimi delle performance dal vivo. Lui fenomenale alla chitarra, Robert Plant quasi ipnotico alla voce. «Il pubblico era pazzesco ma noi eravamo realmente su di giri» conferma sua santità Page ridacchiando e alludendo oggi, settant’anni, abito grigio e capelli bianchi raccolti in un codino, con una voce sottile e disillusa. Sta presentando a una platea di fortunati tifosi e nostalgici assatanati la riedizione di tutti i dischi dei Led Zeppelin rimasterizzati, un regalo della memoria, uno strattone all’attualità: come loro, con la stessa intensità e la stessa misteriosa complicità, nessuna band è mai riuscita a suonare neanche programmandosi al computer. Dal tre giugno in tutto il mondo usciranno i primi tre album dei Led Zeppelin tutti rimasterizzati e ciascuno con il proprio «companion disc», ossia un disco pieno zeppo di inediti, versioni alternative e pure concerti rari proprio come quello che accompagna il primo album: registrato qui all’Olympia, una botta di energia che piacerebbe anche a un ragazzino se solo superasse la tragica distinzione tra musica «vintage» e musica di tendenza: chiunque abbia successo oggi in classifica, da Elton John fino a Mumford & Sons, si è nutrito di Led Zeppelin quantomeno in giovane età. Con i Beatles, loro hanno aperto una strada. E Jimmy Page non ha inventato il rock, ma senza Jimmy Page il rock sarebbe rimasto orfano. «Insieme eravamo quattro incredibili musicisti e in nessuna delle band dopo i Led Zeppelin ho mai avuto un batterista come John Bonzo Bonham», ha detto lui quasi imbarazzato perché le parole non sono proprio il suo mestiere. Per intenderci, Bonzo è quello che nel 2011 è stato consacrato «miglior batterista di tutti i tempi» da Rolling Stone, mica da una gazzetta qualsiasi. Tre mesi dopo che fu schiantato dalla vodka nel settembre 1980, i Led Zeppelin si sciolsero per sempre perché «non possiamo più continuare come eravamo». La loro musica invece non ha fatto una piega e ancora oggi è senza rughe (non a caso Whole lotta love è la colonna sonora dello spot Dior Homme, mica del Mocho Vileda, con tutto il rispetto). E qui, quando sul megaschermo dell’Olympia, con un volume degno degli anni Settanta, passano i video live di Gallows pole o di Heartbreaker, di primo acchito qualche ragazzotto disinformato potrebbe pensare a un inedito degli attualissimi Black Keys o Jack White tanto il suono è spesso simile. Simile, attenzione. Non uguale. «Quando anbiamo deciso di registrare il nostro terzo album (Led Zeppelin III, primo in Gran Bretagna e negli States, quasi venti milioni di copie vendute – ndr) ci siamo ritirati in un cottage di Bron-Yr-Aur nel Galles senza corrente elettrica né gas perché tutti i nostri suoni fossero diversi e speciali rispetto a ciò che si sentiva allora in giro». Onestamente lo sono rimasti, speciali s’intende, visto che nella versione inedita di Whole lotta love (il rough mix che è già in radio), Jimmy Page si lascia andare a una mostruosa processione di effetti che faranno rabbrividire qualsiasi pivello della chitarra: un fenomeno, inutile negarlo, non per nulla è considerato il secondo miglior chitarrista di tutti i tempi anche se qualcuno (compreso chi scrive) lo farebbe salire di un altro gradino. «Quando abbiamo registrato i nostri dischi – dice ora – c’era solo il sistema analogico. Poi vent’anni fa li abbiamo rimasterizzati per il cd e ora i suoni sono stati adeguati al modo con il quale oggi si ascolta la musica». Ossia in cuffia. Ossia da soli. E in effetti i suoni sono portentosi ma cambiano di poco perché questa roba qui, ossia il rock degli Zep, è difficile che diventi più potente (anche come vendite: finora oltre trecento milioni di copie). Però, certo, in questa riverniciatura ci sono inediti come il fenomenale medley di Keys to the highway/Trouble in mind (nel companion disc di Led Zep III) che da soli valgono, come si dice, il prezzo del biglietto. E non basta: tutta la discografia dei Led Zeppelin tornerà sul mercato «con rarità clamorose come la versione alternativa di Achilles last stand» da Presence del 1976. Dischi che la Warner (ri)pubblicherà nei prossimi due anni. Un’operazione rilancio che non ha bisogno di troppe parole. E difatti Jimmy Page, uno che vive su di un altro pianeta, a un certo punto, qui all’Olympia nella sua ennesima serata di gloria, prende e se ne va dicendo «va bene, ma adesso voglio solo che vi ascoltiate la musica». E ciao. Ascoltatela. Le parole, dopo un po’, in effetti non servono più.

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