Premessa: non scrivo mai in prima persona. Un grande giornalista una volta mi ha detto: “I cronisti dovrebbero essere specchi e negli specchi si riflettono soltanto gli altri”. Stavolta mi prendo la libertà e voglio fare il cronista del “mio” Giffoni Film Festival. A questa 44esima edizione ho partecipato a una “masterclass” nella quale avrei dovuto fare una lezione sul giornalismo musicale ma alla fine ho seguito la lezione dei ragazzi davanti a me. Io ne sono uscito arricchito ed è un ricordo che mi porterò sempre dietro con orgoglio. Ho imparato. Già, il Festival di Giffoni, che ieri ha chiuso la propria 44esima edizione, è proprio questo: una lezione. Per tutti. Per noi giornalisti, che dovremmo imparare a essere più curiosi e meno autoreferenziali. E per gli altri festival, che dovrebbero spurgare la retorica e sganciarsi dall’influenza dei temibili tromboni, i signori so-tutto-io che sono la più spaventosa zavorra all’evoluzione di qualsiasi arte. Non a caso a Giffoni le “giurie” sono formate solo da ragazzi di età diverse, mica ingessatissimi critici convinti di dettare legge. Conoscendoli e parlando con loro che sono tutti adolescenti o poco più, ho avuto più spunti per scrivere articoli che in tante altre occasioni ben più formali. E, dopo aver ascoltato il loro parere sui film, avrei potuto scrivere recensioni assai più centrate e aderenti alla realtà delle tante che leggo ogni giorno. Perciò mi sono accorto che il Giffoni Film Festival dovrebbe essere per tantissimi una sorta di rehab, una specie di disintossicazione dal linguaggio, dai pregiudizi, dalle rigidità (ideologiche o professionali) che purtroppo spesso appesantiscono la comunicazione.
Per chi non lo sapesse, il Giffoni Film Festival è stato fondato da Claudio Gubitosi in un paese a mezz’ora da Salerno (Giffoni Valle Piana) che ha origini millenarie ma che è sostanzialmente nato con questo Festival anche perché non è un centro turistico, non gode della vicinanza del mare o della montagna o di chissà quale altra attrazione. Arrivarci non è così semplice ma quest’anno ho incontrato giornalisti da tutto il mondo (ma tutto davvero). Non ci sono resort o privilegi sparsi. E’ un evento che vive di sé. E il linguaggio della sua comunicazione è incentrato sul messaggio, mica sul mezzo. Insomma, non c’è glamour, c’è sostanza, nonostante gli ospiti siano sempre di altissimo livello, come quest’anno Richard Gere o Alan Rickman o Lea Michele tra gli altri. E basta camminare per qualche ora per le strade oppure respirare l’atmosfera della Cittadella per rendersi conto di essere in mezzo a un fenomeno unico al mondo, che difatti viene esportato un po’ ovunque, dall’ex Jugoslavia fino al Brasile. Per tutto il giorno ci sono le proiezioni dei film e le varie masterclass (la mia è stata in un luogo meraviglioso). Alla sera i concerti. Tanto per fare un esempio, quest’anno i Negramaro (nella foto Giuliano Sangiorgi) hanno radunato “10 mila persone in Cittadella, 10mila in giro per la città e 10mila allo stadio”, come ha detto Gubitosi. Quando sono arrivato io, ho visto Rocco Hunt pedinato dai fans che parlavano ancora del concerto di Giorgia e attendevano quelli di Emis Killa o di Coez o degli Zero Assoluto con un entusiasmo genuino e difficile da ritrovare altrove. “L’anno prossimo ancora più musica”, ha detto sempre lui, Gubitosi, il patron, uno che se lo incontri capisci che è nato per la comunicazione condivisa. Forse per questo il GFF vive in un circuito parallelo ai grandi festival ed è perciò più penetrante nell’opinione pubblica, specialmente in quella under 30. Un vero tesoro per il futuro e un investimento per chiunque voglia entrare in contatto con un pubblico pulsante e pensante, refrattario alle barriere ideologiche o stilistiche e curioso. Curiosissimo. Quello che ho incontrato (anche) io. E che ringrazio sul serio.

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