Se lo dice lei. Marianne Faithfull, praticamente la Mata Hari del rock, ha rivelato al mensile Mojo di sapere chi ha ucciso Jim Morrison: «Sì, so chi è stato».

Boom.

Sarebbe stato (condizionale d’obbligo) il suo amante del momento, Jean de Breiteuil, spacciatore di eroina già amante della compagna di Jim Morrison, Pam Courson, giusto per completare un intreccio romanzesco tra musica, amore, sesso e morte. Torniamo all’estate del 1971. Jim Morrison, fracassato dagli eccessi, distrutto dalla sensazione di non riuscire a esprimere fino in fondo ciò che sentiva più come poeta che come rocker, scappa dai Doors e finisce a Parigi con la fidanzata in quello che oggi si chiamerebbe loft nel palazzo Beaux Arts di rue de Beautreillis nel Marais. Ingrassato. Sfatto. Rantola. Scrive appunti (belli) su foglietti volatili. Poi il 3 luglio muore come Marat in una vasca da bagno, sfondato da una overdose che aveva fatto impazzire coaguli di sangue nell’arteria cardiaca. Il coté perfetto per creare un mito. Tanto più che quello stesso giorno, suo padre George prendeva possesso a Washington della prima nave da ammiraglio. Onore e morte. Quando Faithfull e Breiteuil arrivarono a Parigi proprio il 2 luglio, lui le disse di dover passare da Morrison. «Sentivo puzza di guai» dice ora lei al bravo Tom Doyle di Mojo . «Pensai: mi prendo qualche Tuinal (una miscela di barbiturici creata nel 1940 – ndr ) ed evito di seguirlo. Ma lui andò lo stesso in casa di Morrison e lo uccise. Oddio, sono sicura che sia stato un incidente. Povero bastardo. Il bacio è stato così forte (il «bacio» è considerato l’effetto della droga – ndr ). Sì. E lui morì. Non seppi nulla su questo argomento».

Dose esagerata? Droga tagliata male? Chissà.

«E comunque, tutti coloro che in qualche modo furono coinvolti nella morte di questo povero ragazzo sono anche loro morti». In effetti Morrison è stato seppellito il 7 luglio al Père Lachaise di Parigi, tuttora visitato da migliaia di fan. Nel 1974 una overdose ha terminato Pamela Courson. E Jean de Breiteuil, marchese figlio di un amico di De Gaulle, spacciatore abituale anche di Keith Richards dei Rolling Stones, ritenuto responsabile anche della dose letale di Talitha Getty, è morto a Tangeri pochi mesi dopo Morrison, al quale le indiscrezioni lo affiancarono spesso e volentieri. Un campo di battaglia senza prigionieri. L’unica superstite è proprio lei, Marianne Faithfull, che peraltro definì il suo ex fidanzato «un ragazzo orribile, quel tipo di persone che sembrano strisciate fuori dai sassi. In qualche modo sono finita con lui… era tutto droghe e sesso».

Il quadro, a esser sinceri, è spaventoso.

E questa devastazione intacca per forza l’attendibilità del racconto. Dopotutto Marianne Faithfull è una delle depositarie più enciclopediche della babilonia rock che avvolse gli anni Sessanta e Settanta. Discendente del barone Leopold von Sacher Masoch (da cui il termine masochismo…), negli anni Sessanta entrò nel giro dei Rolling Stones e contribuì con Mick Jagger e Keith Richards a due brani memorabili come As tears go by (che la band eseguì anche a San Siro nel 2006) e Sister Morphine . Ci sono foto pazzesche – allucinante quella sulla scaletta di un aereo – di lei slavata e tumefatta di fianco a Jagger altrettanto sfasciato. E ci sono dicerie che la accompagnano da decenni, come quella della perquisizione degli agenti a casa di Keith Richards durante la quale lei sarebbe stata trovata seminuda con una barretta di Mars infilata proprio là. Leggende. Carburante ideale per costruire la leggenda del rock. Ma capace di bruciare tuttora.

Ora lei, che a 68 anni con la voce quasi da mezzosoprano si è conquistata un ruolo autorevole e rispettabile (prendete ad esempio la sua collaborazione con i Metallica in The memory remains da Reload del 1997), pubblica un disco che si intitola Give my love to London con collaborazioni mica da ridere come quelle di Brian Eno, Nick Cave, Roger Waters dei Pink Floyd, Steve Earle e Anna Calvi. Festeggia, per essere precisi, i cinquant’anni della sua prima tournèe mondiale. E quindi a qualcuno potrebbe venire il sospetto che, eggià, tutte queste rivelazioni 43 anni dopo la morte di uno dei cantanti più famosi della storia non siano altro che una disperata e persino macabra mossa autopromozionale. Anche perché non sono confortate da uno straccio di prova. Ma poi uno pensa: ma chissenefrega. E prende questa ennesima rivelazione della Mata Hari del rock come un altro capitolo di quel meraviglioso e tragico romanzo che da mezzo secolo è il rock. Punto e basta.

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