Pazza idea. Di certo lo sapeva anche il ventunenne Rick Rubin quando un giorno decise di fondare una piccola etichetta discografica alla Weinstein Hall, il dormitorio della sua università, la New York University, più o meno in questo periodo del 1984.

Trent’anni fa. Da allora la Def Jam ha cambiato la musica del mondo, ha consacrato il rap e trasformato Rick Rubin, ora barbutissimo e cinquantunenne, in uno dei produttori più osannati del mondo, uno ormai capace di resuscitare anche i morti (musicali). Dopo aver preso le misure pubblicando un (brutto) singolo dei punk Hose e aver piazzato il logo sulla copertina dell’inutile It’s yours di T La Rock & Jazzy Jay, la Def Jam Recordings, nella quale era entrato anche Russell Simmons (fratello di Rev Run dei Run Dmc), firma I need a beat di LL Cool Jay e, soprattutto, Rock Hard dei Beastie Boys. Boom. Grandi vendite. Grandi contratti. E grandi questioni manageriali nelle quali confluirono Sony, Polygram e Universal, delle quali ormai importa poco perché comunque la Def Jam fu la scintilla di un cambiamento che in pochi anni sconvolse la musica, superò la fase glam metal (stile Poison o Bon Jovi o Guns N’Roses), sopravvisse al grunge dei Nirvana e ora è quello che la Motown è stata per il soul: una culla decisiva e destinata a rimanere nella storia.

Perciò non è un caso che proprio a trent’anni dalla nascita arrivi un cofanetto (Def Jam 30) a certificare che cosa è diventata la pazza idea dell’ormai bar(b)one più importante della musica up to date.

E poco importa che lui, un caratteraccio, se ne sia andato dopo quattro anni, ossia nel 1988, fondando la Def American earrivando persino a produrre Johnny Cash con quella che è l’operazione di rilancio musicale più riuscita della storia: ancora oggi ci sono ragazzini che indossano la Tshirt di Johnny Cash perché è «cool», è smart, insomma fa figo. In poche parole, Rick Rubin ha l’X factor, beato lui, e basta vedere chi in questi trent’anni è passato dalle sue parti, dai Public Enemy ai Beastie Boys fino agli Slayer di Tom Araya, gruppo thrash metal di violenza quasi inumana che negli anni ’80 con Reign in blood e South of heaven sconvolse il mondo spesso troppo accademico del rock pesante.

Colpo dopo colpo, sorpresa dopo sorpresa, la Def Jam è diventata un brand e, soprattutto, una garanzia. Per capirci, la prima Rihanna è stata pubblicata su Def Jam e tuttora sono «firmati» Def Jam (per lo meno negli Stati Uniti) sia Mariah Carey che la super rivelazione Frank Ocean o quella Iggy Azalea che forse è la rapper più vicina a diventare worldwide, ossia a fare il botto in tutto il mondo. E senza dubbio non è un caso che i due quasi monopolisti del mercato hip hop americano siano passati attraverso la Def Jam. Kanye West con la sua Good Music. E Jay Z (nella foto), che è stato presidente (fu lui a far firmare Rihanna) e adesso arriva in tour in Europa con sua moglie Beyoncé proprio in occasione dei trent’anni dell’etichetta (12 e 13 settembre allo Stade de France di Parigi).

Tutte storie complicate che si intrecciano, lasciano e lanciano sospetti, fuggono la chiarezza come se fosse peste. A occhio e croce, la Def Jam sarebbe stata un tesoro da lasciare inalterato, guai a toccarlo. E invece, tra liti personali e bagattelle societarie, è spesso finita nei crepacci dell’avidità o ha disperso energie in inutili controversie legali. Ha aperto sedi in Germania e poi anche in Giappone ma ha un po’ dissipato il capitale di credibilità creativa accumulato in tanti anni di ricerche da pionieri. Un po’ lo conferma il roster del concerto celebrativo organizzato il 16 ottobre al Barclays Center di Brooklyn.

Bei nomi ma non quei nomi.

Da Method Man a Ja Rule a Foxy Brown ad Ashanti fino a Warren G, c’è un bel po’ di crema. Ma non ci sono coloro che, dalle icone come Run Dmc a Public Enemy, hanno davvero consacrato l’importanza della Def Jam. E ha marcato visita persino chi, come Jay Z o Kanye West, in questi anni ha legato in qualche modo il proprio nome a questa culla del rap. Dopotutto è il destino comune di tante case discografiche che hanno scritto lo spartito più importante del momento (e del mercato) e poi sono andate fuori tempo.

Forse Rick Rubin, che è un furbone, lo ha capito subito, andandosene quando le ombre erano ancora lontane. O forse no, va a saperlo. Ciò che conta che oggi, guardandosi indietro, senza Def Jam la musica leggera sarebbe diversa, forse orfana o comunque molto meno trasversale di come è oggi. Non fosse che per questo, ci sarebbe da brindare.

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