Sempre uguale: era un fuoriclasse e lo è rimasto. E non importa che quella roba là, quella maledetta sindrome di Lou Gehrig, sia arrivata a bruciapelo trasformando la sua favola in un inferno silenzioso. Questa è la storia di Jason Becker, uno dei chitarristi hard rock più famosi a metà tra gli anni Ottanta e Novanta. Giovanissimo (nato in California nel 1969). Virtuoso da lasciare a bocca aperta i suoi maestri. Poi maestro anche lui. A vent’anni aveva già inciso due album con l’amico Marty Friedman, formando un duo e scegliendo per nome un ossimoro: ‘Cacophony’, cacofonia. Proprio loro, due virtuosi della chitarra elettrica, cresciuti con il rock duro ma influenzati dalla classica. Pubblicano due dischi solo musicali, girano il mondo in tournèe e sui giornali specializzati perché il loro modo di suonare, così veloce così personale, aveva scatenato l’ammirazione della critica. Insieme avevano arrangiato ed eseguivano il Capriccio n.5 di Niccolò Paganini, il vero maestro che Jason Becker avrebbe voluto incontrare.

Ecco come Jason Becker suonava a sedici anni il Capriccio numero 5 di Paganini

Insieme erano quasi impressionanti per tecnica e, se Friedman era forse più aggressivo, il piccolino Jason aveva un gusto della melodia molto più accentuato. Certo, non era facile seguire le linee melodiche in mezzo a quelle vorticose scale pentatoniche, al picking e al tapping forsennato. Ma c’erano, ed erano forti, uniche, roba che anche oggi sembrerebbe da extraterrestri anche se forse un po’ datata come sembrano datati tutti i virtuosi di quel periodo.”Passerà alla storia”, dicevano i critici.

Tra i due insomma era lui il più personale, e si capiva anche dalle movenze sul palco e da quel suono particolare che ciascun vero virtuoso riesce a produrre lui e soltanto lui. Perciò nel 1989, già famoso in tutto il mondo e ricercato dalle scuole di musica, Jason Becker pubblica un disco da solo, Perpetual burn, tiene altri concerti e poi riceve l’offerta che cambia la vita: quella di prendere il posto del chitarrista allora più famoso, Steve Vai, che aveva mollato la band di David Lee Roth (allora ex dei Van Halen, ora di nuovo nei Van Halen, comunque è lui quello che canta e salta in ‘Jump’) per entrare nei Whitesnake.

Qui una raccolta dei suoi assoli migliori

Senza nessun dubbio, in mezz’ora David Lee Roth decide di sostituirlo con Jason Becker. Mettendogli sulle spalle una responsabilità enorme: ‘Skyscraper’, l’ultimo disco di DLR aveva debuttato nella top ten americana vendendo palate di copie. Quando iniziano le prove per registrare le nuove canzoni, Jason il piccolino riceve il premio di Guitar Magazine come miglior chitarrista emergente del mondo. Sostanzialmente un’incoronazione. Come l’Oscar. Come il Nobel. Sta per entrare nell’Olimpo. Ma riceve anche la visita di Lou Gehrig e della sua sindrome. Sì, la sclerosi laterale amiotrofica, la Sla. Sente uno strano disagio alla gamba sinistra, fa le visite e la diagnosi è terrificante: tre, massimo cinque anni di vita. Ha vent’anni anni. Iniziano le registrazioni ma le dita di Jason non sono più forti e veloci come prima. Si inceppano, sono di pietra. Si fa preparare delle corde per chitarra più sottili, in modo da riuscire a concludere le registrazioni. Quando esce il disco A little ain’t enough, Jason Becker non può neanche più andare in tour. Ed entra nel tunnel. Era morto un fuoriclasse. Ne è nato un altro. Lentamente, inesorabilmente Jason Becker sparisce dalle scene e dalla memoria di quasi tutto il pubblico. Però continua a suonare da solo, nella sua cameretta come faceva a sedici anni prima di diventare famoso, ora devastato da una tristezza che lo corrode. Poi non ce la fa più. La sedia a rotelle. La tracheotomia. I primi macchinari collegati minuto per minuto al cuore. Del passato gli rimangono solo i capelli lunghi e la forza di volontà. Quando non riesce neanche più a imbracciare una chitarra, il suo amico Mike Bemesderfer s’inventa un software che gli consentirà di continuare a comporre e suonare perché trasforma in musica i movimenti della testa e degli occhi di Jason. Immobile ma creativo. Immobile ma vivo, molto più vivo di tanti altri. I suoi occhi sono l’unico oblò che ha sul mondo. Il disco Perspective del 1996 (uscito su etichetta minore ma poi fatto ripubblicare all’estero grazie all’aiuto di Eddie Van Halen) è il primo e finora credo l’unico disco suonato per intero da un malato di Sla. Da un malato di Sla che, per di più, avrebbe dovuto morire l’anno prima. Nelle note di copertina, Jason Becker ha voluto far scrivere: “Ho la Sla, che ha mutilato il mio corpo e la mia lingua, ma non la mia testa”.

Dal 1997 le condizioni di Jason Becker sono stabili e lui è quindi un miracolo della natura. Un tragico commovente miracolo della natura. Ha pubblicato qualcosa, ha annunciato che sta lavorando a nuove composizioni. E, se volete, potete vedere com’è ora nel film (c’è anche in dvd) che Jesse Vile ha girato qualche tempo fa: “Jason Becker, ancora vivo”. E’ la sua storia, con le testimonianze di chi lo conosce e di chi lo segue, di grandi virtuosi come Joe Satriani o Steve Vai o Ritchie Kotzen e dei suoi genitori Ehren e Gary. Il film inizia con il suo sguardo in primo piano, uno sguardo che ride, uno sguardo che ride e ridicolizza le nostre minuscole preoccupazioni di ogni giorno. E quando i suoi occhi frenetici fanno dire alla “macchina” la frase “signore e signori sono Jason Becker, l’uomo più sexy del mondo”, a tutti noi tocca sperare che qualcuna delle secchiellate ghiacciate di queste settimane possa aiutare anche lui, l’unico fuoriclasse della chitarra che è rimasto fuoriclasse anche in un’altra categoria: la vita.

Il trailer del film ‘Jason Becker, ancora vivo’.

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