Incredibile ma vero. E forse pure condivisibile: le dieci canzoni più importanti del rock non le conosce nessuno. O quasi. Greil Marcus, che è uno dei critici musicali più famosi di sempre, si è inventato la top ten imprevedibile dei brani che hanno seminato i germi fondamentali del rock.
I cromosomi. Il genoma.
Niente Elvis o Beatles o Rolling Stones o Who e neppure U2 o Depeche Mode e Beyoncé. Macché: in The History of rock’n’roll in ten songs (lo trovate su Amazon.com) sono elencate tutte canzoni pubblicate tra il 1956 e il 2008 e alzi la mano chi, specialmente qui in Italia, le riconosce di primo acchito. Magari i nomi dei cantanti, quelli sì. Ma i titoli e le melodie no, salvo rare eccezioni. Certo la cupa e contorta Transmission dei Joy Division del geniale disgraziato Ian Curtis (suicida a 23 anni nel 1980) è nel bagaglio di una generazione musicale che poi si è divisa al bivio tra new romantic ed elettropop. Idem per All I could do was cry che la suprema Etta James (nella foto) ha registrato nel 1960 interpretandola con una voce capace di stratificare le emozioni di una donna che vede il proprio uomo sposare un’altra: la rabbia, la disperazione, la rassegnazione.

Sono, queste sì, le radici del blues e quindi del rock che da almeno quattro decenni viene declinato in tutti i modi possibili parlando però la stessa lingua. E se qualcuno (pochi) può ancora ricordare Crying, hoping, waiting del nerd rock’n’roll Buddy Holly (morto in un incidente aereo nel 1959 e ingiustamente trascurato) è difficile che Shake some action possa finire nell’ipod dell’ascoltatore medio. L’hanno pubblicata i Flamin’ Groovies di San Francisco nel 1976, più o meno a metà di una carriera dissolta nel 1990 dopo 25 anni di pressoché trasparente attività: dischi quasi invisibili, tour non certo sold out e pochissimo rilievo sui giornali specializzati. Eppure Greil Marcus, che ha 69 anni e ne ha viste e sentite di tutti i colori, ha ragione: «Ciascuna di queste canzoni contiene l’idea di ciò che è il rock’n’roll e di che cosa riesce a fare». Ossia scatenare reazioni. Andando a pescare in quello che è il serbatoio emotivo del pubblico. Tipo Money changes everything dei The Brains (cantata pure da Cyndi Lauper), che racconta di un ragazzo mollato dalla fidanzata per un altro più ricco, oppure Money (that’s what I want) che Barrett Strong ha cantato nel 1960 ma che è stata portata al vero successo vero da Supremes, Diana Ross, Jackson 5 e pure Stevie Wonder e Marvin Gaye: «Le cose migliori della vita non hanno prezzo, ma puoi conservartele per gli uccellini e le api». In sostanza, conta il soldo (e non fate troppo gli snob: l’hanno suonata dal vivo anche Doors e Rolling Stones). Poi c’è il lato sperimentale, tanto caro alla critica anche se molto meno al pubblico. L’esempio perfetto (e in questo Greil Marcus è stato acutro ma pure assai malizioso) è Guitar drag di Christian Marclay che nel 2000 registrò il suono di una chitarra elettrica trascinata sull’asfalto da un’auto: «È come guardare qualcuno che viene torturato», ha detto Marcus a un network di radio americane.

E ha ragione: la sofferenza razziale (qui il riferimento è a un ragazzo afroamericano dilaniato con l’auto da folli «suprematisti» bianchi in Texas) è una delle scintille fondamentali del rock. E se la melodia facile di To know him is to love him dei Teddy Bears nel 1958, cantata anche da Amy Winehouse nel 2007, ha le coordinate fondamentali di tanto pop, This magic moment dei Drifters (1960) e In the still of the nite dei The Five Satins (incisa nel 1956 e inclusa nella colonna sonora di Dirty Dancing ) lanciano toni interpretativi che tuttora nessuno può trascurare. Insomma, questa è la bussola del rock in questo mezzo secolo. E pazienza se tra i punti cardinali mancano ancora il virtuosismo dell’hard rock o del blues e il nichilismo del punk. Ma forse ci vuole un altro mezzo secolo prima che possano meritare i caratteri di stampa.

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