No, niente da fare, Prince non ci riesce: lui esonda, è bulimico, una ne fa e due ne pubblica. Due dischi. Separati e contemporanei.

Una mossa sorprendente solo a metà perché ormai gli album sono diventati uno strumento di marketing e di posizionamento sul mercato: si pubblicano per andare in tour (e guadagnare soldi, se va bene) o per far sapere che si è ancora creativi (e guadagnare credibilità, se va bene). Per Prince buona la seconda perché in tour è appena stato e comunque non avrà mai problemi a vendere biglietti. A vendere dischi, beh, questo è un discorso sempre più simile all’utopia. Per capirci, è tornato a pubblicare con la Warner dopo una faida planetaria durata oltre un decennio, a dimostrazione che un’epoca si è proprio conclusa e buonanotte ai suonatori.

In ogni caso, ecco due Prince simultanei.

Qui il trailer di ‘Art official age’

http://www.youtube.com/watch?v=CVjWw0aM3dU

Il primo disco è suo da capo a piedi, si intitola appunto Art official age ed è una sorta di discorso alla nazione soul e funk sin dalle chitarrine stile Chic del primo brano Art official cage passando per gli acuti stratosferici di Breakdown . Il secondo è realmente un divertimento già dal titolo ( Plectrumelectrum ) e soprattutto nei contenuti: Prince lo ha registrato con la sua band tutta al femminile, 3rdeyegirl, con la quale ha appena girato l’Europa prendendosi cinque stelle a ogni concerto. Qui c’è quasi tutto ciò che manca nell’altro: registrazione pressoché dal vivo e analogica, matrice che intreccia ossessivamente rock e funk fino al punk di Marz , spirito da jam session più che da studio ultratecnologico. Prendete Pretzelbodylogic , incardinata su di un riff di chitarra quadrato e ossessivo, molto anni Settanta come il ritornello. Oppure Fixurlifeup, che è potente ma corre quasi su due binari paralleli, chitarra molto rock (e Prince la suona proprio bene) e voce funk soul stile Harlem mezzo secolo fa.

Certo, c’è qualche ballata come Whitecaps ma la sostanza è un’altra: in Plectrumelectrum i Led Zeppelin incrociano James Brown, non a caso due degli amori di questo artista troppo incatalogabile per essere ancora contemporaneo.

Prince è fuori dal tempo.

E questa è una operazione fuori dal tempo, un regalo per i fan di sempre con poche possibilità di conquistarne altri nuovi. Troppo «alto», troppo ricercato. E soprattutto assai dispersivo. Nell’epoca della sintesi, Prince deraglia e perde per strada l’obiettivo registrando oltre venti canzoni che camminano, corrono, si fermano su almeno dieci strade diverse.

Un effetto straniante.

E un risultato anacronistico.

Anche stavolta, però, quello che con orrida definizione chiamano «il folletto di Minneapolis» conferma di essere impossibile da catalogare: è una spugna che assorbe musica e poi la spreme quasi a caso sullo spartito e sull’arrangiamento di ciascun brano creando un identikit sempre diverso, spesso sfuggente. È la «Prince music», figlia del Prince glamorous anni Ottanta più che di quello solitario e incazzato degli anni Novanta. E infatti da queste due ore di musica si capisce che ha fatto pace con il resto del mondo, a patto che rimanga fuori dai cinquemila metri quadrati degli studi di Paisley Park di Minneapolis. Lì l’artista chiamato folletto resuscita quando ne ha voglia, altrimenti se ne rimane in beata solitudine, concentrato su ciò che più gli piace: cercare nuova musica nella musica vecchia. In questo è imbattibile. E con questo passerà alla storia.

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