Giusto lì, giusto quel punto hanno centrato: il suono dei Pink Floyd. Riconoscibile. Ma inimitabile. Difficile dire il contrario dopo aver ascoltato il nuovo singolo Louder than words , uno dei (solo) tre cantati dell’album The endless river , in uscita il 7 novembre dopo una fanfara che va avanti da mesi.

Ai Pink Floyd piacciono i contrasti perciò, a dispetto del titolo (il fiume senza fine), questo disco è la sigla finale di una band decisiva: «Rick Wright se ne è andato – ha detto ieri David Gilmour alla Bbc – è un peccato ma è la fine». Perciò c’è, eccome se c’è, un velo malinconico steso sulle note di questa ballata ricamata da un assolo tra i più ispirati dell’ultimo Gilmour, un tappeto di suoni disteso per quasi un minuto, un brivido garantito per i 250 milioni di fan che hanno comprato almeno un disco dei Pink Floyd. La quadratura stilistica è pressoché perfetta: vive di quella magica anarchia strumentale che trasforma in un prodigio soltanto una band su un milione, così quasi per caso. E un po’ lo conferma pure il testo, scritto da Polly Samson, moglie di Gilmour e responsabile (chissà quanto involontaria) del tweet galeotto che mesi fa svelò a bruciapelo il nuovo disco. Insomma i Pink Floyd sono oltre le parole, ossia oltre qualsiasi spiegazione: «Ciò che facciamo è più forte delle parole/La somma di noi singoli/ il battito dei nostri cuori/ è più forte delle parole».

Preciso.

Intanto Gilmour racconta: «La musica viene dalle ultime registrazioni di noi tre (lui con Nick Mason e Richard Wright – ndr ) che suoniamo insieme all’Astoria». Il loro studio di registrazione di Londra. Il periodo del loro a questo punto penultimo disco The Division Bell , pubblicato nel 1994 tra recensioni non sempre entusiaste. Vent’anni dopo i Pink Floyd fermano di nuovo il mondo e scendono a fare l’ultimo giro. «Questo è un tributo a Richard Wright. E ascoltare come suonava mi fa capire che non ci si rende mai conto di quello che si ha finché non lo si perde». Oddio, detto da Gilmour vale doppio, visto che lui nei Pink Floyd è arrivato pressoché per ultimo alla fine del 1967 e per strada ha perso anche Syd Barrett (fuori dal 1970 e morto nel 2006) e Roger Waters che, dopo anni di baraonda, ha fatto le valigie nel 1985 salvo una fugace ritorno a casa per il Live 8 a Hyde Park.

In quasi mezzo secolo sui Pink Floyd si è detto e scritto tutto nonostante sia impossibile decifrare l’indecifrabile. Hanno avuto le loro faide interne, gli sbandamenti creativi, gli enormi successi (Dark side of the moon e The wall , per esempio) e le estenuanti assenze tipiche dei mattatori. Però hanno giocato la perfetta partita a scacchi con la musica, creando un suono che non tornerà mai più: quattro strumenti uniti da un solo istinto e quindi capaci di fuggire ogni classificazione: progressive, symphonic, space, art rock, chiamatelo come volete.

Il celebre video di Another brick in the wall

http://www.youtube.com/watch?v=YR5ApYxkU-U

«C’è una sorta di legame tra l’album Division Bell e il disco che sta per uscire visto che alla fine di High hopes , l’ultima canzone di Division , c’è il verso “the endless river forever and ever”», ha confermato Gilmour, come al solito più loquace di Nick Mason che si è sostanzialmente limitato al riassuntivo «questo disco è un bel modo di riconoscere come Rick suonava, lui sarebbe tuttora molto soddisfatto». Perciò questo è il cuore dell’ultima missione dei Pink Floyd. E tutto il resto è un dettaglio. Come la copertina con un uomo impegnato a remare tra le nuvole: niente di che. È, appunto, un dettaglio quasi di marketing comunicativo visto che è stata realizzata dal diciottenne Ahmed Emad Eldin, artista digitale egiziano che a occhio e croce non sembra mosso dalla stessa originale sensibilità creativa della band.

Ma tant’è.

Molto più a effetto la partecipazione dell’astrofisico Stephen Hawking condannato all’immobilità da un’atrofia muscolare progressiva. Parla solo con gli occhi e la sua voce digitale si ascolta proprio in Keep talking da Division Bell . In The endless river ritorna con Talkin’ Hawkin’ . L’astrofisico che parla un’astrolingua nel disco che abbandona al proprio destino un mondo arrivato a dare il definitivo scacco matto al rock.

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