Oriana Fallaci Paradigmatico e universale. Quindi attualissimo. Ora che il nostro Occidente rischia di diventare un enorme Libano infangato dalla guerra civile con cromosomi religiosi, Insciallah di Oriana Fallaci esce un’altra volta dai confini augusti del romanzo per tornare a essere la foto della nostra entropia sanguinaria e spesso sanguinosa, di quello scontro di civiltà che oggi ci fa sentire tutti a Beirut 1983. E poco importa che a uccidere i 241 marines e i 58 paracadutisti francesi (la scintilla da cui parte la Fallaci) siano stati i 5400 kg di gas esplosivo di Hezbollah o i kamikaze dell’Isis o di Boko Haram. Oggi, come allora, facciamo i conti con sfaceli come la «salsiccia umana», la bambina che un’esplosione macella e poi scaraventa in un water, e con quell’attonito, sordo sbigottimento di chi vede il buio persino nella luce e fa i conti con il caos che dilania ciò che resta dell’amore. In questo macramè di sventure, ambiguità ed eroismi in tempo di confusione guerrafondaia, ciascun protagonista di Insciallah è un carattere simbolico, da Charlie (a metà strada tra Lawrence d’Arabia e un contractor) fino al soldato Angelo, perso nella sua ottativa ricerca di una formula della vita (così tanto da far venire in mente Alekos Panagulis, amore sublime della Fallaci). Lì, tra i muri distrutti e la puzza di polvere sanguinolenta di Beirut, quella formula è rattrappita nel cupio dissolvi di «insciallah», sia fatta la volontà di Allah. Sembra oggi. Un angosciante ululato di cani, che tra l’altro paradossalmente apre e chiude le ottocento pagine. Perciò provate a rileggere questo romanzo togliendo i connotati geografici o temporali e potrebbe essere ambientato oggi ovunque ci siano il nostro animo e i nostri soldati nel caos bulimico che mescola religione e odio in nome di un insciallah che cambia all’occorrenza. Quasi fosse semplicemente una regola d’ingaggio della morte.

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