20150122_PaulWeller_08-016_V2 Paul Weller è una garanzia. Da più di trent’anni. Anche il nuovo disco Saturns Pattern è una coccola per chi cerca di tenersi lontano dai luoghi comuni che ingolfano pop e rock di massa. Ha 57 anni e li dimostra, nonostante il taglio della giacca, l’eleganza degli accostamenti e dei toni, la fluidità del pensiero che ha confermato anche qui a Milano parlando delle nuove canzoni. “In effetti, specialmente nelle prime tre, c’è più chitarra del solito ma non mi sono posto il problema se sarei diventato più rock o più ruvido: semplicemente andavano bene lì e basta”. Dopotutto lui è uno che prima con i Jam, poi con gli Style Council e finora con i suoi dodici album solisti (il penultimo Sonik kicks ha debuttato al numero uno nella sua Gran Bretagna) ha sempre avuto il coraggio garbato di osare. E lo stile di riuscirci bene. Diventando un’icona. “Oggi il rock non è più così importante per i ragazzi come lo era per noi. Allora per divertirci potevamo scegliere solo tra calcio, musica e moda quindi eravamo molto meno distratti rispetto a oggi con tutti i giochi, i social network eccetera che intasano il mondo dei giovani”. In Saturns pattern, che rimbalza tra rock, psichedelia e northern soul, c’è più ottimismo del solito, più serenità addirittura. Paul Weller riflette sempre prima di rispondere, sorride poco, spesso riduce tutto a poche sillabe, quasi a liquidare l’interlocutore, ma poi lentamente sviluppa il discorso portandolo sempre più in profondità. “Oggi però è tutto più immediato, più sintetico, più veloce. Forse non c’è più tempo per andare in profondità. O semplicemente manca la voglia”. Lui l’ha fatto come sempre. E Saturns pattern, che in Italia avrà un esito commerciale piuttosto modesto in linea di massima ma sarà un best seller in Gran Bretagna, è un disco suonato molto bene, curatissimo negli arrangiamenti, addirittura quasi grintoso nell’iniziale White sky e persino sudista in Pick it up. Ma il brano che dà un senso al Paul Weller di oggi è proprio Saturns pattern, che piacerà molto a chi è nato e cresciuto con Kinks o The Who. Ma, attenzione, non è roba vintage. Il suono è attuale, il pensiero e la voce pure. E se lui non ha paura di ripetere che “i Beatles hanno inventato tutto e cambiato tutto”, ha anche il coraggio di rinnovarsi. Dall’energia post punk dei Jam al dandismo raffinato degli Style Council fin quasi ai confini della house (il disco ‘Modernism: A New Decade’, rifiutato dalla Polydor nel 1989), Paul Weller ha conservato il desiderio di non omologarsi. E lo conferma quasi tra le righe, parlando all’ultimo piano della Warner a Milano: “Organizzare un tour nel quale suonare soltanto uno o due dischi interi di Jam o Style Council? Il fatto che lo facciano tutti impedisce che lo faccia io”. Così è Paul Weller, signore e signori. Dal 1977.

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