df-3 D’accordo, è un periodo nel quale siamo ultra sensibili ai temi multiculturali. E anche il Festival di Sanremo, per carità senza nessuna strumentalizzazione, si adegua.

Dopotutto è una chiave obbligatoria per consentire a qualsiasi spettacolo di mantenere i propri carati: o sei trasversale oppure rischi qualche accusa. Così fan tutti, anche se non ci pare, parafrasando Pirandello. E c’è da capirlo, visti i tempi e vista la situazione che il macello del Bataclan ha giocoforza innescato. Nella scuola di Rozzano, il Natale sarà come sarà, ossia privato dei suoi connotati. E a Santa Lucia di Fonte Nuova vicino a Roma, nella scuola dell’infanzia Peter Pan, la recita di Natale eliminerà Gesù e si concentrerà sulla Stella Cometa e sui Re Magi come rappresentanti “dei migranti”. Uno scenario impensabile fino a pochi anni fa.

Ora anche in Riviera ci siamo, ma non c’è nulla di strategico, è soltanto il risultato dell’evoluzione generazionale, più o meno come accadde negli Stati Uniti tra gli anni ’50 e i ’60 del secolo scorso: i figli degli immigrati diventarono centrali nel linguaggio “popular” di una nazione. E così il Festival di Sanremo, tempio della tradizione italiana, inizia a mostrare i suoi nuovi connotati. Sarà garbato, pacato e pure multirazziale. Almeno a giudicare dal cast dei giovani selezionato l’altra sera su Raiuno con uno spettacolo stile talent show e destinato a eleggere gli otto concorrenti finali, sei da Sanremo Giovani della Rai e due da Area Sanremo, il concorso del Comune che seleziona una rosa di aspiranti (poi valutati dalla stessa commissione Rai, questa volta con Chiambretti, Delogu, Di Domenico, Russo e il maestro Giovanni Allevi). “Un esperimento folle”, ha spiegato scherzosamente Carlo Conti.

In effetti all’Ariston ascolteremo Cecile (Vanessa Ngo Noug) romana nata dalla tosta camerunense Marie Madeleine, già titolare nella nazionale di calcio femminile,, che canta una canzone con un titolo che non ha bisogno di spiegazioni: ‘N.E.G.R.A.’. Poi c’è Ermal Meta, autore albanese molto riconoscibile nel pop italiano (ha composto anche per il nuovo disco di Emma).

C’è Michael Leonardi, nato a Sidney nel 1990 da genitori siciliani con trascorsi nel musical ‘Les Miserables’. E c’è Mahmood, interprete molto convincente che ha una mamma sarda e un padre egiziano, insomma il trionfo della trasversalità. In poche parole, il Festival di Sanremo che parte il 9 febbraio e annuncia il ritorno del Dopofestival, conferma che il pop italiano è inevitabilmente il frutto di un incrocio di sensibilità distinte ma non diverse. E certifica un dato di fatto: gli italiani di seconda o terza generazione spesso hanno origini legate a paesi dove l’integralismo è forte o addirittura dominante. Perché altri talent show non hanno fotografato la stessa immagine? “Non lo so, forse non ci hanno pensarto”, spiega nicchiando Carlo Conti. E vedremo quali saranno i Big in gara: li scopriremo il 13 dicembre all’Arena di Giletti su Raiuno. Ma forse il cambio di marcia più decisivo è stato annunciarto ieri a Palazzo Ormond di Sanremo perché indietro sarà difficile, se non addirittura impossibile, tornare.

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