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	<title>Il Blog di Paolo Giordano</title>
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		<title>Meglio due Black Keys che cento Rihanna</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 21:41:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Giordano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Se poi te li ritrovi qui, tra i velluti di un cinque stelle con vista sul Duomo, allora sì che l&#8217;effetto è rock. I Black Keys, signori, quelli che «nessuno ci ha mai detto che cosa fare» e che ieri hanno raccolto tutto il bel mondo musicale sotto il palco dell&#8217;Alcatraz. Due ragazzotti di un&#8217;anonima Akron nell&#8217;Ohio, ora trapiantati nella scicchissima Nashville ma sempre con il loro guardaroba di camicie, barbe e parole qualsiasi. Il loro ultimo disco, El camino, ha sollevato solo un dubbio: essendo stato pubblicato all&#8217;inizio di dicembre, è rimasta l&#8217;incertezza, come ha sintetizzato il Los Angeles [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://blog.ilgiornale.it/giordano/files/2012/01/Black-Keys1.jpg"><img src="http://blog.ilgiornale.it/giordano/files/2012/01/Black-Keys1-300x207.jpg" alt="" width="300" height="207" class="alignleft size-medium wp-image-548" /></a>Se poi te li ritrovi qui, tra i velluti di un cinque stelle con vista sul Duomo, allora sì<br />
che l&#8217;effetto è rock. I Black Keys, signori, quelli che «nessuno ci ha mai detto che<br />
cosa fare» e che ieri hanno raccolto tutto il bel mondo musicale sotto il palco<br />
dell&#8217;Alcatraz. Due ragazzotti di un&#8217;anonima Akron nell&#8217;Ohio, ora trapiantati nella<br />
scicchissima Nashville ma sempre con il loro guardaroba di camicie, barbe e parole<br />
qualsiasi. Il loro ultimo disco, El camino, ha sollevato solo un dubbio: essendo<br />
stato pubblicato all&#8217;inizio di dicembre, è rimasta l&#8217;incertezza, come ha sintetizzato il<br />
Los Angeles Times, se eleggerlo miglior disco del 2011 o già del 2012. Sulla fiducia.<br />
Ora tutti applaudono, anche quelli che facevano spallucce quando questi due nerd<br />
registravano un bel brano dopo l&#8217;altro. E&#8217; la finta sorpresa: sembrano debuttanti<br />
ma non lo sono, tutt&#8217;altro. «In realtà noi siamo in giro da circa dieci anni, e<br />
abbiamo fatto tour con Pearl Jam e Radiohead» ha sussurrato il chitarrista Dan<br />
Auerbach quasi a giustificarsi di tanto successo. «Ma non siamo rockstar, mica ci<br />
mettiamo gli occhiali da sole alla moda». Già, s&#8217;è visto. D&#8217;altronde lui e Patrick<br />
Carney &#8211; proprio così i Black Keys sono soltanto un chitarrista che canta e un<br />
batterista che ricorda John Bonham &#8211; hanno iniziato a vent&#8217;anni usando una<br />
specie di insulto come nome di battaglia (i black keys sono «omuncoli» secondo un<br />
artista sponsorizzato dal padre di Auerbach). «Mi sono appassionato alla chitarra<br />
perché nella famiglia di mia mamma suonano il bluegrass». Ora ne hanno poco più<br />
di trenta e riassumono la loro città in due battute: «Un posto da sfigati, per<br />
emergere bisogna faticare il triplo». Evaporati i White Stripes, convalescenti i<br />
Kings of Leon, tocca a loro mantenere l&#8217;onore del rock vecchio stile, quello lasciato<br />
decantare in una barrique zeppa di ricordi. I Clash. I T Rex. Screamin&#8217; Jay<br />
Hawkins. Tutta l&#8217;America anni Settanta da Grand Funk Railroad fino a ZZTop. E<br />
Led Zeppelin, ma certo: in Little black submarines c&#8217;è un tale tributo a Stairway to<br />
heaven che l&#8217;intreccio di chitarra e batteria sembra proprio tale quale (per carità,<br />
absit iniuria verbis). In fondo, è sottile la differenza tra plagio e rinnovamento.<br />
Scopiazzatura e rielaborazione. Per loro vale la seconda: così possono praticamente<br />
risuonare uno dei pezzi più famosi senza far inorridire nessuno. «Il rock è fatto di<br />
fasi alterne, ma non morirà mai». Però, cari Black Keys, tolti voi in classifica ormai<br />
se ne ve(n)de poco: «Ci vogliono le canzoni un po&#8217; furbette. Il rock è diventato famoso grazie a brani come Light my fire dei Doors, belli ma furbi». Sarà per questo che El camino è più mainstream, più fighetto degli altri sei dischi. O<br />
furbetto. O insomma fate voi. «L&#8217;unica cosa mainstream che abbiamo avuto è stato<br />
un bel mixer» scherza. Anzi no: «Stavolta ci siamo focalizzati sulle melodie. Prima<br />
non era mai successo e i riff erano al centro. Adesso le melodie». Appunto.<br />
Dopotutto, sarà anche bello ricevere complimenti dalle rockstar più toste. Però poi<br />
ci vuole anche il resto: «Diciamo che la situazione è cambiata e la gente ci<br />
riconosce per strada». Oddio, qualcuno lo farà pure ma Rihanna vince dieci a zero.<br />
Però nella melassa pop che gira intorno, un bel chitarrone che sembra uscire da un<br />
disco dei primi Black Crowes fa la sua porca figura. «Vendiamo milioni di dischi ma<br />
non sono loro a mantenerci. La musica si divide in due: quella che rientra nella<br />
Top 40 delle radio. E quella che ne sta fuori. Noi stiamo fuori. E viviamo grazie ai<br />
concerti». Difatti ne fanno quattordici in quindici giorni. In tutta Europa. E allora<br />
per forza sono rock e a loro gli scintillii del Park Hyatt non fanno né caldo né<br />
freddo: ci stanno giusto il tempo di fare ciao ciao ai giornalisti in adorazione e poi<br />
rotolare via. «Negli States giriamo su di un pullman». O magari un minivan come<br />
quelli meticolosamente affastellati sulla copertina e il libretto interno del cd. Di<br />
sicuro girano fuori tempo: non abitano nel 2012. E sono istruttivi: due ragazzi<br />
qualunque che pestano sodo, valgono il prezzo del biglietto e sono<br />
drammaticamente soli a fare i musicisti come una volta. Semplici. E basta.</p>
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		<title>Occhio, il Boss si è di nuovo arrabbiato</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Jan 2012 14:08:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Giordano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un verso, giusto un verso di una canzone, e riecco il Boss di una volta, quello che unisce e divide allo stesso tempo. We take care of our own è il titolo del nuovo singolo che annuncia Wrecking ball, ossia il suo disco «più arrabbiato di sempre» (parola dell’Hollywood Reporter), e che è già ricaduto a pioggia su YouTube con una chitarra che la riconosci subito, una produzione decisamente migliore del piattume del pro Obama Working on a dream, e una tastiera che sa tanto di Glory days o Waitin on a sunny day. Buon segno. Poi ecco le parole [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://blog.ilgiornale.it/giordano/files/2012/01/Bruce-Springsteen.jpg"><img src="http://blog.ilgiornale.it/giordano/files/2012/01/Bruce-Springsteen-280x300.jpg" alt="" width="280" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-541" /></a>Un verso, giusto un verso di una canzone, e riecco il Boss di una volta, quello che unisce e divide allo stesso tempo. We take care of our own è il titolo del nuovo singolo che annuncia Wrecking ball, ossia il suo disco «più arrabbiato di sempre» (parola dell’Hollywood Reporter), e che è già ricaduto a pioggia su YouTube con una chitarra che la riconosci subito, una produzione decisamente migliore del piattume del pro Obama Working on a dream, e una tastiera che sa tanto di Glory days o Waitin on a sunny day. Buon segno. Poi ecco le parole di un Bruce Springsteen più magro del solito, forse perché il cd in uscita il 6 marzo è decisivo per chi come lui è, ben più di Dylan e di molti altri, il cronista del nostro tempo. Da ogni svolta epocale ha tirato fuori il disco simbolo, da Darkness on the edge of town (memorabile e drammaticamente riassuntivo degli anni ’70 la dicotomia «La fabbrica ti toglie l’udito e ti dà la vita» di Factory) a Born in the Usa in piena «reaganomics» fino a The rising, l’unica vera opera musicale sull’11 settembre. Ascoltare quei brani significa sfogliare la nostra vita.<br />
Anche oggi.<br />
Letteralmente «We take care of our own» significa «noi ci prendiamo cura dei nostri cari e delle nostre cose» ed è una delle linee guida del conservatorismo compassionevole di inizio anni Duemila. Ma volgarmente viene usato per dire che «noi ci facciamo i fatti nostri». Adesso, ovvio, ognuno traduce come gli pare, a seconda che consideri Springsteen un «marxista lirico alla John Ford» e quindi critico verso il cinismo capitalista oppure un lucidissimo reporter così inevitabilmente up to date da accettare che le ideologie sono finite. Tanto più che nel brano gioca sulla somiglianza tra le parole Calvary e cavalry, cioè tra il Calvario e lo slang per indicare il Settimo Cavalleggeri del colonnello Custer macellato da Sioux e Cheyenne di Toro Seduto. E che il verso «Dov’è l’amore che non mi ha abbandonato» richiama evidentemente il Nuovo Testamento. «Sarà un disco rock che sposerà le sue sonorità tipiche al folk delle &#8220;Seeger sessions&#8221; e ad atmosfere più nuove. I testi? Parleranno di sociale», ha detto il suo manager Jon Landau. I più informati garantiscono che qui e là spuntino campionamenti, tracce di hip hop e addirittura effetti che riportano agli anni Ottanta (gli «handclaps»: rendono il suono della batteria come un battimani). Di sicuro, Wrecking ball avrà coordinate musicali meno precise del solito: e correrà sui binari dei testi, più che altro. In fondo, la E Street Band che si è ritrovata in studio è praticamente un’altra: Danny Federici e Clarence Clemons se ne sono volati via. E gli ospiti, dal chitarrista guerrillero Tom Morello dei Rage Against The Machine all’ex batterista dei Pearl Jam Matt Chamberlain, parlano chiaro: rabbia, più rabbia. Occupy Wall Street e Zuccotti Park c’entrano poco: qui ci sarà la rabbia ragionevole dell’uomo maturo. E chissà dal vivo: il tour, grazie all’instancabile Claudio Trotta di Barley Arts, passerà a San Siro il 7 giugno, il 10 al Franchi di Firenze e l’11 al Nereo Rocco di Trieste). E pazienza se tutti i brani sono nuovi ma non tutti sono inediti. Land of hope and dreams (favoloso riff di chitarra), mai registrata finora, è stata l’apertura del tour tra il ’99 e il Duemila. American land era nel tour 2006 di We shall overcome: the Seeger sessions. E Wrecking ball è stata pubblicata solo su vinile per i concerti in onore del Giants Stadium alla viglia della demolizione. Ma sono parte del discorso, e quindi va bene così. Specialmente ora che, come si coglie in We take of our own, Bruce Springsteen si sente come un nuovo Woody Guthrie che va «dalle baracche di periferia fino al Superdome» ben sapendo che sulla strada incontrerà solo punti interrogativi. Neanche odio. Solo domande. E le più drammatiche per giunta.</p>
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		<title>Tornano i Van Halen. Ma fanno bene??</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Jan 2012 16:41:33 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Dunque è appena uscito Tattoo, il loro primo singolo in 27 anni. Ventisette. E il nuovo album, che si intitola A different kind of truth, è lì lì per arrivare. I Van Halen. La band di uno dei chitarristi più bravi di sempre, Eddie Van Halen, autore tra l&#8217;altro dell&#8217;assolo di Beat it di Michael Jackson. E di uno dei cantanti più spettacolari in circolazione, David Lee Roth. Hanno pubblicato dischi favolosi, canzoni come Ain&#8217;t talking &#8217;bout love o Jum e suonato concerti di cui in tanti si ricordano ancora oggi, un po&#8217; con invidia e un po&#8217; con entusiasmo. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://blog.ilgiornale.it/giordano/files/2012/01/David-Lee-Roth.jpg"><img src="http://blog.ilgiornale.it/giordano/files/2012/01/David-Lee-Roth-294x300.jpg" alt="" width="294" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-534" /></a>Dunque è appena uscito Tattoo, il loro primo singolo in 27 anni. Ventisette. E il nuovo album, che si intitola A different kind of truth, è lì lì per arrivare. I Van Halen. La band di uno dei chitarristi più bravi di sempre, Eddie Van Halen, autore tra l&#8217;altro dell&#8217;assolo di Beat it di Michael Jackson. E di uno dei cantanti più spettacolari in circolazione, David Lee Roth. Hanno pubblicato dischi favolosi, canzoni come Ain&#8217;t talking &#8217;bout love o Jum e suonato concerti di cui in tanti si ricordano ancora oggi, un po&#8217; con invidia e un po&#8217; con entusiasmo. I Van Halen si sono rimessi insieme già da qualche anno (a esclusione del bassista) dopo la parentesi con Sammy Hagar al microfono e vari inciampi di salute e fortuna. Ma avevano soltanto racimolato fama e dollari con concertoni tutti esauriti in giro per l&#8217;America che li ama come pochi. Fuori non li ha ancora visti nessuno. Ed è al pubblico mondiale che sarà riservato più che altro il loro tour, che si prevede molto atteso. Evviva. Però adesso David Lee Roth sembra quasi Elton John (fisicamente, lo vedete nella foto). Ed Eddie è un po&#8217; acciaccato. Sono lontani anni luce da quello che ci ricordiamo e quindi mi viene voglia di chiedervi: ma secondo voi per i Van Halen vale la pena ritornare insieme?? E a noi conviene ascoltare il nuovo disco??</p>
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		<title>La miglior band dell&#8217;anno siete voi</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Jan 2012 16:14:08 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Sì proprio voi che qui avete tenuto per tutto l&#8217;anno accesa la discussione sulla musica. Di tutti i tipi. Di tutte le età. Anche le più giovani. Sono anni che lo fate ma stavolta, nel 2011, ci sono state un&#8217;intensità, un rispetto reciproco e una fiducia che prima non mi sembra ci fossero. E&#8217; inutile che vi citi uno per uno perché ci conosciamo benissimo e ci parliamo ogni giorno anche se io, come purtroppo spesso mi accade, a tratti sono meno presente per impegno di (altro) lavoro. Anzi no: forse uno di noi merita la citazione, ossia Buzz. Sta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://blog.ilgiornale.it/giordano/files/2012/01/giusta.jpg"><img src="http://blog.ilgiornale.it/giordano/files/2012/01/giusta-300x283.jpg" alt="" width="300" height="283" class="alignleft size-medium wp-image-525" /></a> Sì proprio voi che qui avete tenuto per tutto l&#8217;anno accesa la discussione sulla musica. Di tutti i tipi. Di tutte le età. Anche le più giovani. Sono anni che lo fate ma stavolta, nel 2011, ci sono state un&#8217;intensità, un rispetto reciproco e una fiducia che prima non mi sembra ci fossero. E&#8217; inutile che vi citi uno per uno perché ci conosciamo benissimo e ci parliamo ogni giorno anche se io, come purtroppo spesso mi accade, a tratti sono meno presente per impegno di (altro) lavoro. Anzi no: forse uno di noi merita la citazione, ossia Buzz. Sta facendo il soundcheck, si sta rimettendo in forma e a lui va la nostra stretta di mano più forte, quella più rock. Forza Buzz. Ma un ringraziamento particolare è comunque riservato a ciascuno di voi. Per me siete una inesauribile fonte di ispirazione e di confronto e spesso anche di &#8220;umiliazione&#8221; perché mi rendo conto che tante volte ne sapete molto, ma molto, più di me che pure mi occupo di musica per lavoro e non solo per passione. E per il rock in generale, voi blogger di Soundcheck siete comunque la dimostrazione che la carica vitale della musica è ancora forte, fortissima. E trasversale, sia dal punto di vista anagrafico che culturale o stilistico. Questo è un grande segnale. Perciò è inutile che qui, come ogni anno, mi metta a scrivere minuziosamente la classifica della miglior band o del miglior artista dell&#8217;anno appena finito. In testa ci siete voi e quindi nel 2011 il vincitore è la Soundcheck Rock&#8217;n'roll Band. Cioè proprio voi. Vi aspetto nel 2012, come al solito in tour&#8230;</p>
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		<title>Scusate nel 2011 il rock dov&#8217;è finito?</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Dec 2011 19:06:57 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[D’accordo, forse non sarà morto come sostengono in molti. Ma di certo è vecchio assai. Oggi, a quasi sessant’anni dalla sua nascita, il rock forse è più attento alla riforma delle pensioni che alle nuove idee. E i risultati si vedono. Anzi non si vedono quasi da nessuna parte, neanche nelle rituali classifiche di dicembre. Badate bene: non quelle qualitative. Ma quelle quantitative. Per capirci: le copie vendute. Pochissime. Vince il pop. Meglio se femminile. Oppure black, sia rap o hip hop o vagamente r&#38;b. Dunque, ecco una classifica per tutte: quella di Billboard, il magazine imperdibile per capire come [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://blog.ilgiornale.it/giordano/files/2011/12/Adele.jpg"><img src="http://blog.ilgiornale.it/giordano/files/2011/12/Adele-300x150.jpg" alt="" width="300" height="150" class="alignleft size-medium wp-image-519" /></a>D’accordo, forse non sarà morto come sostengono in molti. Ma di certo è vecchio assai. Oggi, a quasi sessant’anni dalla sua nascita, il rock forse è più attento alla riforma delle pensioni che alle nuove idee. E i risultati si vedono. Anzi non si vedono quasi da nessuna parte, neanche nelle rituali classifiche di dicembre. Badate bene: non quelle qualitative. Ma quelle quantitative. Per capirci: le copie vendute. Pochissime. Vince il pop. Meglio se femminile. Oppure black, sia rap o hip hop o vagamente r&amp;b. Dunque, ecco una classifica per tutte: quella di Billboard, il magazine imperdibile per capire come vanno le cose negli States e quindi, a stretto giro, nel resto del mondo musicalizzato. Tra i cento dischi più venduti nel 2011, i primi rockettari sono gli U2. Al ventiduesimo posto, però. Va bene, non avevano album nuovi. Ma anche chi ce l’ha, come i Bon Jovi, non sta meglio: ventiseiesimi. Peggio ancora i Coldplay, dei quali si è parlato ovunque, anche sui bollettini parrocchiali, ma che non sono riusciti a portare il loro Mylo Xyloto (peraltro uscito solo da un mese e mezzo) più in alto del quarantaduesimo piano. Giusto tra Shakira e Jennifer Lopez e solo un po’ peggio di Linkin’ Park, gente che fino a cinque anni fa faceva piazza pulita. Peggio ancora i Red Hot Chili Peppers, anche loro appena tornati sul mercato ma attualmente schiantati al 95esimo posto, due gradini più in basso di Demi Lovato, anni 19, eroina del pop poppante. Insomma, per farla breve, tra i cento artisti preferiti degli americani non c’è un rockettaro di nuova generazione, ossia sbocciato negli ultimi tempi. Da una parte c’è il meraviglioso gerontocrate Roger Waters, che ha le radici addirittura negli anni Sessanta con i suoi Pink Floyd e su di loro campa ancora (egregiamente o no, dipende dai punti di vista). Dall’altra spuntano i Journey, nati scintillanti negli anni Settanta, esplosi con Don’t stop believin’ in tutto il mondo nell’81 e poi arrivati finora a targhe alterne. Insomma, il pubblico preferisce ricomprarsi per l’ennesima volta un disco dei Beatles (86esimo posto) piuttosto che puntare su qualche giovane. Casomai ce ne fosse qualcuno. Invece vince il pop, tendenza danzereccia, peso specifico quasi zero ma godibile come pochi. Ad esempio: Rihanna (appena passata da Torino e Milano), Lady Gaga e Katy Perry, che sono seconda terza e quarta dell’anno. Un autentico trionfo per Katy Perry, data per morta già nel 2008 dopo il primo singolo I kissed a girl ma tuttora fortissima alla faccia dei soliti sapientoni. E un mezzo infortunio per Lady Gaga, che è uscita a maggio con il pompatissimo Born this way ed è stata ovunque per sei mesi, forse la più spaventosa campagna promozionale della storia del pop. In ogni caso, tutti saranno d’accordo sul nome che domina la classifica americana del 2011: Adele. Il suo disco 21 ha piazzato 13 milioni di copie nel mondo, un’enormità ormai, più di chiunque altro in circolazione almeno quest’anno. E quasi nessuno ha osato criticarla, se non altro perché c’è poco da criticare: ha una grande voce, ottimo repertorio e non è neppure una di quelle lolite che calamitano gli occhi più che le orecchie del pubblico. Vince lei, che è il calimero del pop. Il primo uomo nella top ten è il minuscolo Lil’ Wayne, rapper che piazza una parolaccia per rima, quasi un record. E &#8211; oltre al volatile Bruno Mars, definito il nuovo Michael Jackson con un criminale eccesso di ottimismo &#8211; gli altri due maschi sono Justin Bieber, diciassettenne, e Chris Brown, attore popstar solitamente destinato a evaporare al secondo ascolto, massimo terzo. Un riempipista, per dirla tutta. Perciò come sempre per ogni classifica, c’è chi vince, chi pareggia e uno solo che perde davvero: il rock vecchio stile. E perderà per un bel po’ perché è invecchiato e gli eredi uno stile nuovo non ce l’hanno neppure, pensate. (ho scritto questo articolo per il Giornale ma secondo me se ne può discutere anche qui).</p>
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		<title>Il pasticciaccio di Lou Reed e Metallica</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Nov 2011 19:57:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Giordano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Peccato. E dire che l&#8217;ho atteso. Ascoltato. Riascoltato. Ma niente. Il disco di Lou Reed con i Metallica non mi piace. Lulu mi ha deluso. Opinione personale, sia chiaro. Qualcuno ha scritto che sembra un delirio di Lou Reed sopra dei demo dei Metallica. Per la precisione aggiungerei che potrebbero essere vecchi demo, magari del periodo di Ride the lightning addirittura. Le recensioni in giro per il mondo sono le più disomogenee possibile. Qualcuno (pochissimi) l&#8217;ha esaltato. Qualcun altro (la maggioranza) oscilla tra lo zero e il quattro. Gli ascoltatori sono ancora più drastici: il voto medio su metacritic.com è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://blog.ilgiornale.it/giordano/files/2011/11/Lou-Reed-e-Metallica.jpg"><img src="http://blog.ilgiornale.it/giordano/files/2011/11/Lou-Reed-e-Metallica-300x167.jpg" alt="" width="300" height="167" class="alignleft size-medium wp-image-512" /></a>Peccato. E dire che l&#8217;ho atteso. Ascoltato. Riascoltato. Ma niente. Il disco di Lou Reed con i Metallica non mi piace. Lulu mi ha deluso. Opinione personale, sia chiaro. Qualcuno ha scritto che sembra un delirio di Lou Reed sopra dei demo dei Metallica. Per la precisione aggiungerei che potrebbero essere vecchi demo, magari del periodo di Ride the lightning addirittura. Le recensioni in giro per il mondo sono le più disomogenee possibile. Qualcuno (pochissimi) l&#8217;ha esaltato. Qualcun altro (la maggioranza) oscilla tra lo zero e il quattro. Gli ascoltatori sono ancora più drastici: il voto medio su metacritic.com è un drammatico 1.8. Bocciatura assoluta. In classifica, poi, la situazione non è delle migliori. Tutt&#8217;altro. Per quanto mi riguarda, il voto è sei, se penso a Lou Reed. Se penso ai Metallica è due. La media è quattro. Mi dispiace, inutile scriverlo. Quando ho iniziato ad ascoltare Brandenburg gate ero di buonumore. Arrivato a Junior dad mi veniva da piangere. Va bene tutto. Va bene che questo disco, come si legge su metacritic appartiene alla generica categoria dell&#8217;Avant-Garde, Pop/Rock, Contemporary Pop/Rock, Heavy Metal, Art Rock. Ma è brutto. E&#8217; tutto e niente. E delude. Lulu non è come Mirrorball, che i Pearl Jam incisero con Neil Young. Non è la miscela tra due mondi distinti ma non distanti, un mutuo soccorso tra maestro e allievi. E&#8217; un pasticciaccio quasi conflittuale di due simboli del rock che non hanno nulla da dirsi perché si sono incrociati troppo tardi. E troppo male, quasi senza parlarsi.</p>
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		<title>Mio Dio, i Black Sabbath con Ozzy</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Nov 2011 21:22:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Giordano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Fermi tutti: non sarà il disco che cambierà la storia del rock. E neanche il tour mondiale, che debutterà a giugno 2012 al Download Festival in Gran Bretagna (ci sarò a ogni costo!!), sarà un evento decisivo. Loro poi si esibiranno al Gods of Metal il 24 giugno a Rho Milano. Però i Black Sabbath che si riuniscono nella formazione originale per un nuovo album dopo 33 anni è una notizia per forza. E vedere Tony Iommi, Bill Ward e Geezer Butler di nuovo di fianco a Ozzy Osbourne, per di più nel club Whisky a Go Go di Beverly [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://blog.ilgiornale.it/giordano/files/2011/11/Black-Sabbath.jpg"><img src="http://blog.ilgiornale.it/giordano/files/2011/11/Black-Sabbath-300x110.jpg" alt="" width="300" height="110" class="alignleft size-medium wp-image-501" /></a>Fermi tutti: non sarà il disco che cambierà la storia del rock. E neanche il tour mondiale, che debutterà a giugno 2012 al Download Festival in Gran Bretagna (ci sarò a ogni costo!!), sarà un evento decisivo. Loro poi si esibiranno al Gods of Metal il 24 giugno a Rho Milano. Però i Black Sabbath che si riuniscono nella formazione originale per un nuovo album dopo 33 anni è una notizia per forza. E vedere Tony Iommi, Bill Ward e Geezer Butler di nuovo di fianco a Ozzy Osbourne, per di più nel club Whisky a Go Go di Beverly Hills dove 41 anni fa suonarono il loro primo show a Los Angeles, non può che provocare una stretta al cuore a chiunque ami il rock. E&#8217; la prima volta che si ritrovano insieme per parlare di progetti futuri dopo il 1998. Ed è la prima volta che parlano di un album insieme. Ozzy ha detto: &#8220;E&#8217; il momento giusto. Questa volta, per qualche ragione magica, abbiamo scritto sette od otto canzoni insieme&#8221;. Evviva. I Black Sabbath hanno sostanzialmente inventato il rock duro insieme con Led Zeppelin e, molto meno, con Deep Purple. Hanno smesso di incidere dischi nel 1978 pubblicando il cd Never say die! che, a parte la title track, non valeva il gioco. Un anno e mezzo dopo, Ozzy Osbourne era in un albergo di Hollywood. Mi ha detto: &#8220;Avevo speso gli ultimi duemila dollari che mi erano rimasti comprando alcolici. Pensavo: me li bevo tutti e poi, se sopravvivo, apro un club a Birmingham&#8221;. Pochi giorni dopo alla porta della sua stanza ha bussato Sharon Arden, figlia di Don manager dei Black Sabbath, se lo è ritrovato in pigiama completamente ubriaco dicendogli: &#8220;Vieni via con me, ti voglio e ti salverò&#8221;. Il resto lo conoscono tutti: Ozzy è diventato una leggenda. Ma lo era già prima. E gli album Master of reality, Black Sabbath e Paranoid dei Black Sabbath sono stati inseriti da Rolling Stone tra i migliori cinquecento dischi di ogni tempo. Tutti sanno quanto lo snobismo della stampa abbia sempre ostacolato il rock duro. Snobismo che talvolta ha portato a ridicoli compromessi. Ad esempio: la maggior parte dei giornalisti considerava i Black Sabbath solo paccottiglia folcloristica. Pochi anni dopo era tutta in ginocchio davanti ai Nirvana.  In realtà, senza i Black Sabbath, probabilmente non ci sarebbero stati i Nirvana, e neppure i Metallica e neanche centinaia di altri gruppi che in questi anni abbiamo amato, criticato, adorato. Senza dubbio, come ho scritto tante volte, Ozzy Osbourne è il miglior cantante senza voce di tutti i tempi. E i giri di chitarra di Tony Iommi sono più monotoni di un rogito notarile. Ma che potenza. Che intensità. Se hanno venduto cento milioni di dischi e ancora oggi, quarantadue anni dopo che questi quattro poveracci di Birmingham si sono messi insieme in una cantinaccia arrigginita, ne stiamo ancora parlando, qualcosa vorrà pur dire. Una volta Ozzy Osbourne mi ha detto: &#8220;Non mi chiedere nulla degli anni Settanta, io non me li ricordo. E non mi chiedere neanche dei testi delle canzoni: non mi ricordo neanche quelli&#8221;. E difatti, se a qualcuno di voi è mai capitato di salire su di un palco di Ozzy Osbourne, si sarà accorto che ha ancora tutti i testi fotocopiati perché non se li ricorda. Oltre a essere (stato) tossicodipendente e alcolista, Ozzy è dislessico. Anche dislessico. Il nuovo disco sarà prodotto da Rick Rubin e non ha ancora un titolo. Molto probabilmente uscirà tra circa un anno e sarà uno dei dischi più venduti del 2012. Dopodiché, i Black Sabbath se ne andranno per sempre in pensione. Non è tanto importante adesso stabilire quanto siano stati importanti Bill Ward, Ozzy Osbourne, Geezer Butler e Tony Iommi. Mi sembra più importante cercare di capire se ci sono all&#8217;orizzonte altri quattro ragazzetti sprovveduti che saranno capaci di essere così decisivi nella storia della musica. Per ora, onestamente, non ne vedo.</p>
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		<title>Ciao rock, i Coldplay sono pop. Purissimo.</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Oct 2011 08:47:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Giordano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ma alla fine ai Coldplay il rock va stretto. Basta vederli subito, qui nella sala grigia di un hotel del centro di Madrid, loro così carichi di colori, che il rock è proprio un’altra cosa. “Il nostro nuovo cd Mylo Xyloto è una tela bianca volutamente ambigua” dicono infatti. Potessero, svolazzerebbero qui e là dal folk all’ambient, accenderebbero un cero a Brian Eno e addio a chitarroni e palchi kolossal come quello in Plaza de Toros dove in mondovisione via YouTube hanno fatto il vernissage del loro nuovo corso. Sono, per dirla in poche parole, la band del vorrei ma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://blog.ilgiornale.it/giordano/files/2011/10/Coldplay-Madrid.jpg"><img src="http://blog.ilgiornale.it/giordano/files/2011/10/Coldplay-Madrid-300x218.jpg" alt="" width="300" height="218" class="alignleft size-medium wp-image-494" /></a> Ma alla fine ai Coldplay il rock va stretto. Basta vederli subito, qui nella sala grigia di un hotel del centro di Madrid, loro così carichi di colori, che il rock è proprio un’altra cosa. “Il nostro nuovo cd Mylo Xyloto è una tela bianca volutamente ambigua” dicono infatti. Potessero, svolazzerebbero qui e là dal folk all’ambient, accenderebbero un cero a Brian Eno e addio a chitarroni e palchi kolossal come quello in Plaza de Toros dove in mondovisione via YouTube hanno fatto il vernissage del loro nuovo corso. Sono, per dirla in poche parole, la band del vorrei ma non posso. O non posso ancora. Eppure l’ultimo cd, quel Viva la vida che è impossibile definire brutto, è stato il più venduto del 2008, roba da milioni di copie e pure di fatturato. Anche volendo, non si può far finta di nulla. E così, quando entrano qui dopo essere stati radiografati dai flash, annunciando ridendo che “ciao, siamo gli U2!”, proprio nel giorno in cui i bookmakers danno altissima la possibilità che gli U2 vadano in pensione, si capisce che recitano una parte che loro vestono benissimo ma che ha un copione dallo svolgimento incerto, happy end o finale choc, sublimazione in icone della musica oppure lenta svaporazione in mestieranti. Incontrano dunque la stampa mondiale, un rito da super rockstar d’altri tempi. Ma alla fine tutto diventa un cazzeggio tipo quello che il cantante Chris Martin, bello e adolescente per sempre, inscena sui segreti del nuovo album: “Abbiamo scoperto un tipo di torta al cioccolato che non fa ingrassare. Sapete, stiamo invecchiando ed è importante restare in forma”. Oppure: “Io poeta? No, al massimo sono vero”. O, ancora, sul duetto con Rihanna, che rende Princess of China realmente uno dei brani più vincenti del disco: “La magggior parte degli artisti vorrebbe collaborare con lei. E di sicuro è la migliore voce che si sia mai ascoltata in un disco dei Coldplay”. Risatine.<br />
Insomma, nel limbo dorato nel quale oggi luccicano questi quattro Tq londinesi (sono tutti rigorosamente trentaquarantenni), glorificati da quasi cinquanta milioni di copie vendute con quattro dischi, non ci sono ricette predefinite perché l’obiettivo finale, come spiegano un po’ confusamente, è quello di “essere positivi”. Non per nulla “Mylo Xyloto” è quello che negli anni ’70 sarebbe stato pomposamente chiamato concept album, è in sostanza la storia di due persone differenti tra loro che alla fine si riuniscono in nome dell’amore. Niente di che, per carità, e difatti Chris Martin dice che “non parliamo mica di miti e dragoni”, come facevano i gruppi progressive. E neppure è vero, come qualcuno ha ovviamente ipotizzato perché, si sa, anche la critica musicale è spesso vecchio stampo, che l’album sia stato ispirato da White rose, un movimento non violento che dal 1942 al 1943 partì dall’Università di Monaco per fare opposizione al Terzo Reich: “Calma – spiega saggiamente Chris Martin – noi facciamo canzoni e il nostro livello è più basso”. Alla fine, per capire i nuovi Coldplay – perché così nuovi non sono mai stati – bisogna ascoltare questi nuovi brani, dai ritmi sincopati e tremendamente anni Ottanta di Hurts like heaven fino alle tastiere sognanti di Up with the birds. C’è, manco a dirlo, lo spirito di Brian Eno, che qui è supervisore ossia un primus inter pares tra i produttori, e che ha aiutato i Coldplay a frantumare ogni barriera fino a diventare la band rock che salverà il pop diventando un bignami della bella musica, capace di raggiungere milionate di ragazzi ovunque ma anche (il “ma anche” è fondamentale) la critica e gli opinion makers in ogni continente. E quindi va da sé che loro adesso evitino i superlativi: “Nella storia della musica saremmo al massimo tra i primi cinquanta perché gente come Beatles, Rolling Stones, Stevie Wonder, Michael Jackson o Bob Marley viene molto prima di noi”. Ci mancherebbe. E vengono prima anche gli U2. “Mi dà fastidio essere continuamente paragonato a Bono? Ma figurati, è un onore”, dice lo slavato Chris. E per forza, lui è next, ossia l’altra generazione. Il futuro, si potrebbe dire (con tanto ottimismo).      </p>
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		<title>Tom Waits, coerenza o carenza (di idee)??</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Oct 2011 05:00:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Giordano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un bellissimo disco, forse. Ma sempre il solito disco, questo sì. Dunque Tom Waits ritorna tra pochi giorni, il 25, con le sue nuove canzoni. E le ha impacchettate sotto il titolo Bad as me, un divertente e allusivo giochino di parole con il suo autoproclamato nomignolo badass, ossia sostanzialmente bastardo. E già con la tromba che accompagna Chicago fino al suo primo dei mille groooowllll, il grugnito che diciamolo è una delle griffe di Tom Waits, l’album è quello che tutti si aspettano. Riassunto: una sorta di folk beatnik (non esiste ma lo ha inventato lui) ambientato negli anni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://blog.ilgiornale.it/giordano/files/2011/10/Tom-Waits.jpg"><img src="http://blog.ilgiornale.it/giordano/files/2011/10/Tom-Waits-290x300.jpg" alt="" width="290" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-488" /></a>Un bellissimo disco, forse. Ma sempre il solito disco, questo sì. Dunque Tom Waits ritorna tra pochi giorni, il 25, con le sue nuove canzoni. E le ha impacchettate sotto il titolo Bad as me, un divertente e allusivo giochino di parole con il suo autoproclamato nomignolo badass, ossia sostanzialmente bastardo. E già con la tromba che accompagna Chicago fino al suo primo dei mille groooowllll, il grugnito che diciamolo è una delle griffe di Tom Waits, l’album è quello che tutti si aspettano. Riassunto: una sorta di folk beatnik (non esiste ma lo ha inventato lui) ambientato negli anni Trenta o massimo Cinquanta che qui e là si raggomitola sul jazz come in Kiss me o allarga linee vocali di vecchio blues come in Raised right men. Se uno non ha mai ascoltato Tom Waits dice accidenti che roba. Favolosa. Persino il chitarrone di Hell broke luce è qualcosa che fa venire in mente un circo Barnum se solo il circo Barnum ci fosse stato ancora negli Anni Sessanta. Poi la scombiccherata Satisfied giochicchia con Satisfaction degli Stones («Ho detto che avrei avuto soddisfazione e sarò soddisfatto») e cita Mr Jagger e Mr Richards giusto per il gusto di farlo perché Keith Richards è un amico di famiglia e sul disco, oltre che in questa, suona anche in Hell broke luce e Last leaf. Niente di nuovo neanche qui: aveva già portato la sua chitarra in Rain dogs del 1985 e Bone machine del 1992, nel quale cantò pure in That Feel perdendo drammaticamente il confronto perché nessuno ha la voce di Tom Waits, nessuno. Sembra l’eco nella caverna di Polifemo. E in Get lost è smisurato, diventa quasi una parodia dell’Elvis più giovane al punto che tossisce prima del ritornello giusto per schiarirsi gli ultimi pezzi di voce. O è un sospiro, chissà. Mamma mia che botta, direbbe chi non ne ha mai prese altre, l’esordiente benvenuto nel mondo di Tom Waits. Ma il resto del pubblico? Vero che non c’è nulla di più nuovo del vecchio. Ed è vero pure che ormai la trasgressione viene dalla conservazione (e difatti c’è l’omaggio ai Rolling Stones, che sono la conservazione più ipertrofica che ci sia). Però con picchi di eccezionale livello come in Mule variations, quello che viene chiamato l’orco di Pomona fa lo stesso disco da quasi vent’anni, dal Bone machine che aveva spaventose iniziezioni di energia dal basso di Les Claypool e dalla batteria di Brian Mantia, due che non fanno prigionieri. Insomma, caro Tom Waits, fatto l’elogio della lentezza e vaccinato con la battuta «Io so solo che ho preso un sacco di multe per eccesso di velocità» (dall’intervista a Paolo Sorrentino su D di Repubblica), non bisogna rischiare di rimanere immobili. Lenti sì. Ma fermi no. E il bellissimo Bad as me è un disco fermo. D’accordo, Tom Waits è un cliché in senso positivo, è inimitabile insomma, e la sua musica è in convergenza parallela con tutte le altre del mondo. Se vogliamo, ha creato l’unico, o quasi, genere musicale suonato da un solo musicista: lui stesso. E allora, leggendo che Spin, l’autorevole Spin, ha definito Bad as me bello e tiratissimo, viene il sospetto che nel cliché sia caduta anche la stampa. Tutta sempre esultante. Tutta senza se e senza ma. Tutta a fare quello che al vecchio Tom Waits non sarebbe mai piaciuto: l’applauso a prescindere. </p>
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		<title>L&#8217;irresistibile cazzeggio di Noel</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Sep 2011 15:14:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Giordano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A Noel Gallagher non riesce proprio di rimanere serio. Anzi sì: gli riesce. Ma al massimo per due secondi consecutivi. Due secondi è il suo tempo limite per articolare un ragionamento che non sia primitivo. Certo, parla anche più a lungo, talvolta dà risposte che durano addirittura trenta secondi, talvolta persino quaranta. Ma sono cazzeggi. Tipo quando qualcuno, qui a Milano, gli ha fatto notare che, nel suo primo disco da solista, John Lennon cantò qualcosa del tipo &#8220;odio i Beatles&#8221;. Il riferimento era chiaro: anche tu, caro Noel, provi lo stesso sentimento ora che hai iniziato la carriera da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://blog.ilgiornale.it/giordano/files/2011/09/email_gi.jpg"><img src="http://blog.ilgiornale.it/giordano/files/2011/09/email_gi-300x218.jpg" alt="" width="300" height="218" class="alignleft size-medium wp-image-480" /></a>A Noel Gallagher non riesce proprio di rimanere serio. Anzi sì: gli riesce. Ma al massimo per due secondi consecutivi. Due secondi è il suo tempo limite per articolare un ragionamento che non sia primitivo. Certo, parla anche più a lungo, talvolta dà risposte che durano addirittura trenta secondi, talvolta persino quaranta. Ma sono cazzeggi. Tipo quando qualcuno, qui a Milano, gli ha fatto notare che, nel suo primo disco da solista, John Lennon cantò qualcosa del tipo &#8220;odio i Beatles&#8221;. Il riferimento era chiaro: anche tu, caro Noel, provi lo stesso sentimento ora che hai iniziato la carriera da solista?? Noel l&#8217;ha presa sul serio. Si è fermato. Si è concentrato. Ha bofonchiato qualcosa. Si è rifermato. Ha pensato. Poi, dopo almeno trenta secondi di pausa, ha detto: &#8220;Non saprei cosa rispondere, non facevo parte dei Beatles&#8221;. E ha aggiunto un chiarissimo &#8220;purtroppo&#8221;. In ogni caso, ha presentato un album che non è niente male (Noel Gallagher&#8217;s High Flying Byrds) con alcuni brani come Everybody&#8217;s on the run, What a life e Broken Arrow che probabilmente diventeranno classici del suo repertorio. Scriverò l&#8217;intervista sul Giornale. Ma nel frattempo, dopo aver ascoltato sia il disco dei Beady Eye che quello di Noel, mi è venuto da pensare che, se fosse possibile unirli, insieme rappresenterebbero il miglior album degli Oasis di sempre. Un buon segno. O cattivo, dipende. </p>
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