La cronaca, di per sé, non è mai innocente e non lo è, a maggior ragione, quella che racconta della rotta di collisione tra politica e magistratura. Accade spesso che essa presti il fianco a declinazioni contrastanti, in relazione alle parti in gioco. Del resto, la pretesa neutralità dell’informazione sarebbe mostruosamente robotica, laddove dovesse darsi. Lo sguardo che cattura un fatto s’intride,  inevitabilmente, di umori, culture, coefficienti di lettura più o meno trattenuti dall’ “io narrante”.

Ne è prova inconfutabile il dibattito pubblico che gravita intorno all’inchiesta Consip, la quale, com’è noto, rischia di travolgere i destini di Renzi.

Si osserverà che siamo alle solite : la trama, ancora una volta, sembra contemplare il  Primo Attore Giudiziario, da una parte, e la  Politica Figurante, dall’altra.

Senonché, nella fattispecie, il bipolarismo in questione appare resistito da una serie di variabili che attengono proprio alla storia recente del Pd, assai dissimile da quella della progenie postcomunista. Se non altro, sul piano dei tentativi.

Agli albori degli anni ’90, infatti, la mattanza giudiziaria di  Mani Pulite risparmiò la “genìa eletta” del  PDS , tradizionalmente “immune” al virus della mazzetta e dei finanziamenti illegali. La grande stampa italiana, all’epoca, si incaricò di certificarne l’illibatezza.

Ai più avveduti non sfuggì il fatto che gli eredi del partito di Gramsci, in realtà, avevano già ceduto, in “comodato d’uso” , la titolarità della lotta politica alle Procure. Abdicandovi.

Si trattò di una sorta di masochistica e mortificante diserzione dell’agire politico in prima linea.

Di più : la cosiddetta rivoluzione manettara” si configurò come variante vicaria della palingenesi berlingueriana.

La medesima nomenklatura, lungo tutto il ventennio successivo,darà in subappalto ai Pubblici Ministeri l’opposizione a SilvioBerlusconi. Una vera e propria goduria a beneficio degli amanti dell’iconografia patibolare. L’ossequio alla bulimia puritana della base. Il Primato della Politica finì maciullato tra le fauci del basic instinct delle masse sanguinarie.

Da Togliatti a Javert, fatalmente, il passo fu breve.

Matteo, però, una volta insediatosi a Chigi, inverte la rotta. La magistratura, nella percezione del nerboruto leader, acquisisce,sin da subito,un ruolo inedito : quello di foglia di fico e di “prestanome”  del Palazzo, non propriamente abitato da francescani con le pezze al culo.

Renzi, in tempi molto sospetti, coltiva il culto di Cantone e di Gratteri, indicandoli, addirittura, come possibili Ministri, al fine di rastrellare facili consensi, in nome di un’improbabile catarsi del ceto politico.

Contestualmente, dopo aver trombato Lupi, lo sfigato del Rolex, a quanti reclamano le dimissioni dei sottosegretari indagati risponde :- “Non mi faccio dettare la linea dagli inquirenti”.

Come se non bastasse, il Nostro, nel mezzo della bufera Guidi e similari, attacca la Procura di Potenza, rea, a suo dire, di non aver mai quagliato alcunché. Come dire : se non vai a sentenza, sei un poveraccio.

Poi brandisce l’arma spuntata contro “l’uso perverso delle intercettazioni”, salvo ritirarsi in buon ordine subito dopo.

Sin qui le gesta epiche renziane, in materia di virile asserzione della sua leadership.

Oggi , stante l’inchiesta che rovista dentro un “perimetro” assai vicino all’ex premier- con tutto ciò che ne consegue- non si può certo ritenere interdetta la migrazione delle prerogative della Politica nella direzione dei Palazzi di Giustizia. Che cosa è cambiato dall’epopea di  Tangentopoli?  

Il sospetto dell’ennesimo Sottoscopa non può dirsi fugato. 

Per la gioia di quella stampa sanguinaria, che si avventa sulla carne del leader, dopo avergli leccato l’illecabile , e che ha la stessa cultura giuridica delle tribù antropofaghe nelle foreste pluviali della Papua Nuova Guinea.

Resto laica, socialista e libertaria.