Partiamo dai primordi.

Nel 1994, al tempo del Polo delle Libertà, Bossi strinse un’alleanza territoriale con  Forza Italia, dando luogo ad un cartello elettorale e ad una “ragione sociale”, presenti solo nei collegi uninominali del Centronord. L’intento era quello di sollecitare le pulsioni indipendentiste di un segmento della società italiana, scarsamente clemente rispetto ai vizi del Centralismo Romano. Il contrappeso tricolore del verbo del Senatur, alle latitudini del centrosud, acquisì le sembianze del partito di Gianfranco Fini. V’è da sottolineare che, all’epoca, si era ancora in piena sbornia da globalizzazione iperliberista e che i feticci del potere tecnocratico non avevano ancora subìto significativi oltraggi iconoclastici.

Di qui, il successo del “fiotto separatista bossiano”.

Quella di Umberto, insomma, può essere agevolmente descritta come una battaglia tattica, distante mille anni luce dalla “critica di sistema” che caratterizzerà l’ingresso in scena della Lega di Salvini.

Da Roma ladrona a Bruxelles rapinatrice.

Il lombardo Matteo, avendo dismesso l’armamentario secessionista, ampollista e Valbrembanista, irrompe in campo e muove a difesa di valori patriottici, precedentemente dileggiati. Trattasi, ovviamente, della naturale conseguenza della crisi planetaria, che, nel frattempo, ha sgretolato la “mistica del mercato”, come unico elemento regolatore della vita degli uomini.

Del resto, il nazionalismo, nella visione di Alain de Benoist, detiene un carattere reattivo ed un’essenza conflittuale. Si consolida ,infatti, al cospetto di minacce che pesano sull’identità collettiva, impedendole di esistere come Nazione. La politica, ormai derubricata a periferia dell’establishment finanziario, cerca un possibile riscatto.

Salvini, seppure in modo acrobatico e contraddittorio, ha dilatato l’utenza primigenia della Lega, radunando sotto l’egida del Carroccio sensibilità in esodo da variegate aree di appartenenza. Ottima operazione politica ! L’elettorato cui si rivolge, di fatto, coincide con un mondo composito. Postideologico, asimmetrico, fortemente sensibile ad immediatissime e contingenti urgenze : sicurezza, fisco, scarso potere d’acquisto dell’euro, immigrazione. Non v’è dubbio che, per Matteo, si sia trattato di un triplo salto mortale carpiato, dal momento che, in passato, sosteneva:” Le regioni meridionali non meritano la moneta unica. La Lombardia ed il Nord, invece, se la possono permettere.”  Nel frattempo, ha, legittimamente, cambiato idea. La cosa, in verità, non ci procura particolari smarrimenti fideistici. In politica, come da costume laico, accade. Resta il dato incontrovertibile che de Benoist e Sapir non risultano in grande consonanza con Alvin Rabushka, inventore della flat tax e discepolo dell’ultraliberista Milton Friedman.

E se l’ardimentoso Matteo provasse a rispolverare Keynes, volutamente rimosso dai dioscuri di stanza a Bruxelles e Francoforte, che tengono in ostaggio i cittadini europei?

Intanto, l’attualità a noi più prossima racconta del successo (esondante) di Zaia  in Veneto e di  quello (più contenuto) di Maroni in Lombardia, nella consultazione referendaria per l’autonomia. Si fa sempre più assertivo, a questo punto, il  Verbo Federalista (non particolarmente ossequiato da Salvini in tempi recenti). La Regione Veneto, forte del risultato ottenuto,  chiederà, attraverso un progetto di legge , le 23 competenze, previste dall’articolo 116 della Costituzione e da quelli che lo seguono, oltre al federalismo fiscale ed al 9\10 delle tasse.

Residua una domanda. Ineludibile : è fondato il sospetto dell’insorgenza di una leadership plurale, nel perimetro della Lega, tanto rigenerante per il Carroccio quanto, paradossalmente, urticante per il nerboruto Salvini?