L’intervista sparigliante

Lui esemplifica, per certi versi, un inedito. Infatti, la sua cifra, non propriamente riconducibile al dejavu, interrompe due consuetudini simboliche piuttosto erose: la consunta antropologia del “politico di professione”, da una parte, e la mitologia della “società civile” in prestito al Palazzo, dall’altra. Nella fattispecie, elidendo il “non”, potremmo sdoganare il “tertium datur”.

Il suo background racconta di una dinamica insofferenza alle categorìe comprimenti della narrazione corrente, ancorché di recente conio. Del resto, la mistica dell’avvedutezza manageriale che trasloca, sic et simpilciter, lungo l’alveo della sfera pubblica, appare percorsa da crepacci persino ai più convinti assertori della “genìa eccelsa”del Paese Reale.

Giorgio Gori, nella sua identità composita di sindaco di Bergamo e di aspirante Governatore della Lombardia, per conto del centrosinistra, sembra avere individuato una traiettoria perfettamente consonante con la sua biografia.

D) Se dovesse tracciare due tratti peculiari che la riguardano, come li descriverebbe?

R) In realtà, io sono stato restituito alla politica. Sin dai primordi, dalla mia adolescenza, intendo, ho coltivato uno spiccato interesse per quest’ultima, e non solo in senso “dottrinario-speculativo”. Il mio impegno “militante”, all’epoca, rappresenta, se vuole, il prologo della vicenda pubblica che oggi mi riguarda. La mia vita, poi, è stata scandita da stagioni, si è andata dipanando  attraverso sequenze temporali che coincidono con ruoli e scelte, che, di volta in volta, mi hanno consentito di ripartire, alla luce di rinnovate conoscenze. Parlo di fili sospesi, che, raccordandosi, hanno prodotto la trama della mia identità. A partire dal perimetro della comunicazione. Non è affatto casuale che, da giornalista, io  abbia rivolto la mia attenzione all’emisfero televisivo ed ai suoi affascinanti dispositivi simbolici. E la comunicazione, nel frangente postmoderno, ha una strettissima relazione con la politica. Aggiungo che il mio precedente percorso mi ha garantito la libertà economica di poter fare politica senza dipendere da alcuno, stante il fatto che il mestiere di sindaco, rispetto alle reponsabilità che si porta dietro, non è propriamente un affare sul piano del compenso.

D) La comunicazione, del resto, non è esercizio stilistico “innocente”, ma, piuttosto, strumento per la cattura del consenso. Anche qui, forse, occorrerebbe non affidarsi ai luoghi comuni già editi. O no?

R) Certo. Sono dell’avviso che la comunicazione, in tutte le sue forme, ti consenta un rapporto empatico ed epidermico con le persone. Risulta essenziale per interpretare gli umori della società. Per leggerne e decifrarne lo stato d’animo. E, tuttavia, il ruolo della politica non è quello di  giocare di rimessa, assecondando le pulsioni che prendono corpo nel reticolo sociale. Si tratta, invece, di orientarle. A costo di risultare impopolari, talvolta. Comunicare non significa solo restituire specularmente e fedelmente, dentro una gigantografia, le cose che si muovono nel ventre del Paese. Al contrario, vuol dire averne piena cognizione per rappresentarle in un progetto complessivo e lungimirante. Un passo avanti, insomma.

D) V’è da dire che l’elezione diretta del Presidente di Regione è, in qualche modo, sottratta alle ipoteche d’appartenenza e di bandiera. Si tratta, per il cittadino, di designare chi sappia rappresentarlo, in nome e per conto di una contiguità non mediata da partiti e parole d’ordine.

R) Non v’è dubbio che questo tipo di elezione sia sottratta al condizionamento della forza contrattuale di questo o quel partito. Alla egida o al colore. Tutto ciò enfatizza, inevitabilmente, la figura del candidato. La mia campagna elettorale è volta proprio a riconfermare il valore della prossimità tra il cittadino e l’eletto. Del resto, questo frangente storico vede la mobilità e la fluidità del consenso, non più ingabbiato negli spazi di tradizionale pertinenza. Tuttavia, non sono tra quelli che ritengono del tutto esalate le categorie di “destra” e ” sinistra”.  Ciò che risulta superato è lo steccato ideologico rigidamente inteso. Esistono, però, valori difficilmente negoziabili, che devono segnare la differenza tra uno schieramento e l’altro. Si tratta di coordinate irrinunciabili che restituiscono alla politica la dignità di una visione, di un orizzonte. Altrimenti si tratta di ruvido pragmatismo, senza bussola.

D) Diciamola tutta : la sua è una sfida complicata. L’indice di gradimento del Pd si va ingracilendo sempre più e l’audience elettorale non è più quella di un tempo. La sinistra, nella sua declinazione di governo, non sembra esercitare particolare fascinazione.  Teme di dover pagare uno scotto per questo? Sa com’è, con questi chiari di luna…

R) Se mi fossi candidato qualche anno fa, certo, avrei avuto il vento in poppa. Sono, altresì, convinto che da qui al 4 Marzo, il Pd ed il centrosinistra riusciranno a recuperare consenso. Lo faranno sulla scorta di un disegno assai diverso dalle mirabolanti e surreali promesse di competitori  dall’immaginazione fervida. Il voto, alla fine, saprà emanciparsi dalle suggestioni e riconoscere alla mia parte politica il valore di un’offerta credibile. La partita è aperta.

D) I suoi detrattori non le perdonano lo stigma renziano. Il peccato originale di Gori, pressoché inamovibile. Soprattutto per la pattuglia di Grasso e di Bersani, che hanno scelto di non sostenerla. L’ennesimo pegno da pagare?

 

R) Fosse solo quello! Sono diversi gli stigma che non mi perdonano. Tra questi, anche il fatto di aver lavorato per Mediaset e di aver fatto la televisione commerciale. Una sorta di macchia indelebile. Sì, mi identificano con Renzi, come unica incarnazione possibile del Partito. In realtà, rispetto al passato, sta emergendo una squadra di dirigenti, una sorta di leadership plurale, per cui non è più sostenibile la reductio ad unum. Anzi, la personalizzazione è abbastanza smentita. C’è Renzi, certo, ma con lui Gentiloni, Minniti, Franceschini, Calenda. Occorre guardare avanti, senza veti o regolamenti di conti autolesivi. Gli elettori sono scarsamente interessati all’analisi del sangue del sottoscritto. Persino quelli di Liberi e Uguali. Anche perché, qui, o vince Gori o vince Fontana. Preclusa ogni altra alternativa.

D)  “Liberi e uguali”  le contesta lo slogan “Si può fare, meglio”, come se prefigurasse una  sorta di continuità rispetto all’era Maroni. 

“Fare” è il verbo degli amministratori. Indica l’agire ed il potere decisionale della politica. “Meglio” è l’avverbio dei riformisti. Non è questione di continuità rispetto alla Giunta Maroni. D’altra parte, però, nessun lombardo pensa che qui sia tutto un disastro e che il governo regionale abbia fatto male su tutta la linea. Devo dire che ci sono cose che funzionano ed altre che non funzionano. Noi dobbiamo intervenire su queste ultime. Ovviamente la propaganda leghista parla di Eden. La verità è che il nostro compito è quello di migliorare, tenendo conto del sentire dei lombardi, i quali non hanno la percezione di vivere in un territorio in cui non sia possibile rilevare anche aspetti positivi. Non amo mentire, preferisco asserire il vero.

I più smaliziati immaginano cheal di là della conquista della Regione, lei nutra l’ambizione di una leadership nel centrosinistra. Il sospetto è fondato?

R) La conquista della postazione di Governatore di una latitudine così importante aggiungerebbe qualcosa al già ricco ventaglio della leadership plurale del Pd, configurerebbe oggettivamente una rilevanza non trascurabile della mia figura. In ogni caso, non è questo il mio obiettivo, mi creda. Preferisco dedicarmi a questa impresa, che di per sé, è straordinaria. Parliamo di un territorio di 10.000.000 di abitanti. Le pare poco?

D) Impresa tutt’altro che agevole, stanti i pronostici, che, pur senza la forza trainante di Maroni, danno vincente il centrodestra.

R) Non c’ è dubbio che Maroni avesse dalla sua il potere di persuasione tipico di chi vanta le caratteristiche del leader. Io ho scelto in tempi non sospetti. Mi sono candidato per batterlo. Allo stesso tempo, non sottovaluto affatto Fontana. Tutt’altro. So che c’è da lavorare, girando in lungo e in largo il territorio per corroborare la prossimità a tutti i cittadini, le cui vite insistono sull’intero perimetro della regione.

D) C’è qualche ostacolo di non poco conto, però. Relativamente  a due temi cruciali : la sicurezza e l’immigrazione. Rispetto al primo, la sua parte politica ha da sempre evidenziato una sorta di balbettìo, di debolezza, come se le politiche securitarie fossero ad esclusivo appannaggio della destra. Circa l’immigrazione, poi, non è che il verbo di Minniti possa essere esaustivo della complessità del fenomeno.

 R) In realtà, occorre rimuovere il pregiudizio del “politicamente corretto” che inibisce le parole chiare in materia di sicurezza. Serve determinazione, non esitazioni o imbarazzi. Se c’è una domanda diffusa di sicurezza, occorre tenerne conto. La Lega cavalca il tema in modo che resti irrisolto, allo scopo di monetizzarlo dal punto di vista politico. Il problema esiste e va gestito. Le faccio un esempio : gli organici delle polizie locali si sono assottigliati a causa del blocco del turnover. La Regione deve finanziare l’assunzione , a tempo determinato, di agenti, di unità che possano garantire il presidio del territorio. Le assicuro che non ho alcuna intenzione di mollare il colpo. Tutt’altro : la sicurezza è tra le cose prioritarie della mia agenda.

D) E con l’immigrazione come la mettiamo?

Anche qui, non si può ignorare la percezione pubblica di un fenomeno che deve essere governato, più che avversato. Se immigrazione vuol dire caos, disordine, illegalità e condotte fuori controllo, si comprende agevolmente  l’insofferenza dei cittadini. La Giunta a trazione leghista, sin qui, ha semplicemente penalizzato i Comuni impegnati nell’accoglienza. In Emilia Romagna e in Toscana, al contrario, la Regione ha rappresentato il cuore degli interventi utili a valorizzare il senso dell’accoglienza. Sono stati siglati protocolli per il volontariato, per la formazione professionale, per l’insegnamento dell’italiano. Tutto ciò al fine di non esporre a tentazioni illegali tanti giovani immigrati. Del resto, la Germania rappresenta un paradigma in tal senso. Se, da immigrato, non hai i titoli legali e fai un tirocinio per accedere al lavoro, puoi beneficiare di un permesso provvisorio. Se lavori, hai diritto a due anni di permesso che può essere rinnovato laddove esistano le condizioni. C’è lo sguardo d’orizzonte della politica, insomma. Ineludibile.