L‘uomo è granitico, di inusuale coerenza. Forzista sin dai primordi.  Con slancio “integralista”. Del resto, la sua biografia politica ne è irrefutabile prova. Eletto tre volte in Consiglio Regionale, sotto l’egida del partito azzurro, grazie ad un ampio consenso, non ha mai subito la fascinazione dell’erranza trasformistica, nemmeno quando Forza Italia ha esperito destini avversi e vertiginosi insuccessi elettorali. Egli è irriducibile censore di quell’umanità di voltagabbana e traditori, apostati del totem azzurro, nella cattiva sorte, salvo poi recuperarne il “culto”  quando il vento torna favorevole.

Il “militante fondamentalista” è rimasto sempre a bordo, anche al tempo della disfatta per antonomasia, tragicamente esemplificata dalla estromissione di Berlusconi dal Senato, per le vicende oltremodo note.

Alessandro Nicolò, capogruppo azzurro, nella massima Assemblea elettiva della Calabria, è uno tosto. D’altro canto, la sua “sulfurea” opposizione alla Giunta Oliverio ha interrotto le storiche consuetudini  consociative e di pastetta trasversale, srupolosamente ossequiate da queste parti.

Sulla scorta di queste credenziali, uno immagina, legittimamente, di poter ambire ad un’agibiltà politica oltre il perimetro regionale. A Palazzo Madama, per esempio.

Non è un caso, infatti che i vertici calabri del suo partito  esigano da lui, in tempi non sospetti, una disponibilità in tal senso.

Gli si chiede di affrontare il “corpo a corpo” : la battaglia vera, per intenderci. Quella dell’uninominale nel Collegio di Reggio Calabria. Un’avventura avvincente, per rappresentanti del popolo con le palle, cui non occorre la scialuppa di salvataggio del listino blindato. L’uscita in mare aperto, insomma. Per chi abbia l’ardimento di misurare sul campo le sue forze. Senza paracadute.

Nicolò accetta e si prepara alla sfida.

E qui viene il bello, che tanto bello per Alessandro non è.

Paradossalmente, nonostante il background  di perfetto soldato e capitano (o, forse, proprio a causa di questo), al Nostro sarà inflitto  il peggiore dei  castighi. Ecco la sequenza dei fatti: il 21 Gennaio è convocato a Roma,unitamente ad altri consiglieri regionali, dalla coordinatrice del partito in Calabria, per un rituale incontro. Il giorno successivo, al summit nazionale di FI, la candidatura di Nicolò viene vagliata positivamente. A stretto giro, ratificata ad Arcore con la benedizione di Silvio Berlusconi.

E sin qui, tutto ok.

Senonché, nel corso del weekend, accade che il suo nome inspiegabilmente sparisca dalle liste. Al suo posto, un autorevole esponente del partito, che non sembra vantare, però, il medesimo raccordo con il territorio.

A questo punto, si scatena il finimondo. Centinaia di forzisti del reggino, altrettanti rappresentanti della società civile, sindaci, amministratori di enti pubblici, ampi segmenti del ceto imprenditoriale ed eminenti personalità della cultura, danno vita ad una vera e propria rivolta. ” Siamo stati privati- dicono- del nostro migliore riferimento politico. Il voto è riconoscibilità del candidato. Prossimità, identificazione della società con i suoi rappresentanti istituzionali. Alessandro Nicolò per noi è tutto questo.”

Dopo di che, gli stessi prospettano, a Reggio Calabria, il rischio di un’emorragia di consensi a vantaggio di altre forze  politiche non riconducibili alla coalizione guidata da Forza Italia.

Contestualmente, Nicolò, pur dicendosi amareggiato per lo “scippo”,  dichiara : ” Sono pur sempre un uomo di centrodestra”.

Intanto, il 4 Marzo è sempre più vicino. Vedremo.

Resta il fatto che il popolo del capogruppo forzista in Consiglio Regionale rivendica il più significativo dei “risarcimenti”.    ” Ora- dicono i suoi sostenitori- lo si candidi alla Presidenza della Regione nel 2019. Sarebbe del tutto naturale. Fisiologico. D’altra parte, tutta la sua storia e le sue competenze sono credenziali difficilmente rintracciabili in altre storie politiche della Calabria.”

Questa volta, l’investitura promana dal basso. E non è poco.